Comma 22, un anno dopo

Un anno esatto fa

Un anno meno un giorno fa, il 22 dicembre, pubblicai questo articolo. La migrazione del blog al nuovo server ha resettato i contatori dei “Mi piace” facebookiani che oggi (ahimè? ahimè!) sembrano decretare l’effettivo gradimento di uno scritto o di un’immagine, ma i commenti sono rimasti a testimoniare che quell’articolo divenne il più gettonato tra quelli che avevo scritto.

Brutta faccenda, ora, perché tentare un bis è sempre difficile. Lo è ancora di più quando si hanno diversi articoli da scrivere, che sarebbero più importanti in termini di contenuto: il post sulle famose foto “avanzate” dal contest “1000!”, la recensione di un libro pubblicato da poco in Australia del quale sono stato beta-reader assieme ad Alessandro Bernardi e magari anche qualcosa di tecnico.

I propositi per il nuovo anno comprendono una scadenza più costante e sensata del mio scrivere, prima o poi un restyling globale che è sempre in fieri ma che in qualche modo fa fatica a concretizzarsi, una maggiore presenza sul gruppo CCC di Facebook e via dicendo. Ma mi salvo perché siamo ancora nel 2013: uno degli anni più contraddittori, forse, per chi come me si occupa (anche) di Photoshop e dintorni. E di didattica, soprattutto.

Un fatto scontato: oggi è diventato impossibile o quasi sopravvivere professionalmente facendo una sola cosa. Io continuo a occuparmi di audio, in un mercato che si è contratto forse più di quello della grafica e dei suoi connessi, ma ho passato le ultime due settimane a realizzare semplici animazioni (che prendono il nome di “cartoni animati” senza esserlo realmente) per una televisione locale. Partendo da un batch di scansioni ho scontornato, composto, separato in livelli, animato brevi storie di circa 7 minuti ciascuna. Non esattamente il paradiso delle curve in Lab o dei “Fondi se”. Ma il lavoro è anche questo. Anche la notte. Anche alle tre di mattina, con certe scadenze.

Soprattutto, però, ho fatto quello che alla fine mi interessa fare realmente: insegnare. Sono passati due mesi dal mio primo ingresso all’Istituto Design Palladio di Verona e questo è stato, come pensavo, il vero spartiacque dell’autunno. Due giorni alla settimana sono dedicati agli studenti dei diversi corsi di questa scuola ben nota a livello nazionale e non solo, ai quali insegno attualmente InDesign e Illustrator. I miei corsi, frazionati nel tempo, sono per ora sei – di diversi livelli e indirizzi: e non si riducono di certo alle sole ore passate in classe, perché la preparazione a monte è di per sé più onerosa dell’insegnamento stesso. Per contro, gli studenti non mi hanno ancora crocifisso sulla porta del Bar Skipper dove almeno una puntata al giorno è d’obbligo, quindi forse posso concludere che le cose non stiano andando del tutto male. Vedremo nel corso del 2014 cosa accadrà.

21st Century Schizoid Man

È proprio di questo che vorrei parlare, però. Perché il 2013 è stato, per quanto mi riguarda, l’anno della schizofrenia. In senso letterale: realtà e fenomeni completamente dualistici, che misteriosamente riescono a convivere. Qualche esempio? Provo con una lista.

  1. Non ho mai ricevuto tante richieste di corsi e workshop come quest’anno.
  2. Non sono mai stati riprogrammati tanti corsi e workshop come quest’anno.
  3. La sensazione generale è che le persone non possano spendere denaro in formazione semplicemente perché non dispongono del budget sufficiente.
  4. Non ho mai visto così poche obiezioni al costo della formazione.
  5. I sostenitori del nuovo-a-tutti-i-costi profetizzano che un certo tipo di argomenti è definitivamente “out” e che sia possibile sopravvivere nel campo della formazione soltanto puntando alle cose che fanno tendenza.
  6. La crescita vertiginosa degli iscritti al gruppo CCC, i feedback personali ricevuti, le richieste continue di aggiornamento, materiali, risorse dimostrano l’esatto opposto.
  7. Sembra che lo spazio didattico si stia restringendo in una specie di tutti-contro-tutti e che possa vincere solo chi fa la proposta più accattivante, economica e tendenziale.
  8. Il pubblico ha perso ogni interesse nei confronti delle proposte accattivanti, economiche e tendenziali.
  9. Viene detto che per “essere” devi “fare”, e quindi giù tutorial scampananti, giù campane annuncianti (stessa cosa), giù tecniche da raccogliere sotto il titolo “Kamasutra Twists in Illustrator – NOW!”
  10. I miei studenti restano indifferenti quando mostro queste cose, ma mi strappano la pelle di domande quando spiego cosa sia e a cosa serva (e soprattutto a cosa non serva) un profilo colore.
  11. Non ho mai visto tanti colleghi migrare all’estero in cerca di fortuna e aria.
  12. Non ho mai visto tanti colleghi rifiutarsi di migrare all’estero in cerca di fortuna e aria.

Entra di nascosto il Comma 22

La sensazione è che siamo piombati in una versione grafica e fotografica del famoso Comma 22 di Joseph Heller. Se preferite, in una versione grafica e fotografica del paradosso di Jourdain, o di qualsiasi proposizione autonegante la filosofia ci abbia propinato in passato. Perfettamente inutile perderci del tempo: nessuno sarà mai in grado di dire quale sia la verità.

L’unica via d’uscita che riesco a immaginare è guardare dall’alto, accettando che la contraddizione convive con il proprio opposto. In un impeto di hybris mai sperimentato prima, mi permetto quindi di enunciare la mia personalissima forma del Comma 22, dedicata soprattutto ai miei studenti ma non solo:

Al giorno d’oggi, se volete lavorare nell’ambito grafico, fotografico e nelle zone limitrofe, siete completamente e irrimediabilmente pazzi.
Al giorno d’oggi, se *davvero* volete lavorare nell’ambito grafico, fotografico e nelle zone limitrofe, e non provate a farlo, siete completamente e irrimediabilmente pazzi.

A volte ci chiediamo cosa abbiamo in comune con le persone che seguono il nostro stesso cammino, perché non è sempre ovvio mettere a fuoco le affinità e le divergenze. Nel corso del Creative Pro Show di Roma (ne ho già scritto qui) ho capito una cosa molto rinfrancante: ormai più nessuno, anche ad altissimo livello, sta seduto ad aspettare una commessa. Quella è ormai una ricetta per un disastro annunciato. La strada giusta è sedersi e creare, per se stessi: e poi proporre con pazienza e tenacia il proprio lavoro, sapendo in partenza che un discreto numero di avversari si scatenerà nelle olimpiadi del ben noto (e crudelissimo) gioco Pinocchietto Schiaccianoci, volto a demolire i piedi dell’avversario calpestandoli senza alcuna pietà. La soluzione, naturalmente, è indossare scarpe di ferro: non sono comode, ma proteggono. E hanno il vantaggio di essere relativamente stabili – la postura viene mantenuta.

L’argomento non è mai sbagliato

Quando sento persone come Nik Ainley o Rebeca Saray dire che ciò che fanno lo fanno essenzialmente per propria ricerca, e che poi le cose si muovono partendo da lì, mi rendo conto che questo è ciò che ho in comune con loro. Non ho mai preparato un workshop pensando di venderlo; non ho mai fatto un videocorso perché pensavo che sarebbe stato un “buon prodotto”: ho preparato o fatto le cose che ho fatto perché volevo farle. Che ci fosse o meno un pubblico interessato a seguirle, era irrilevante in quel momento. Naturalmente uno poi ci spera, e a volte semplicemente non succede nulla. A quel punto, per onestà, bisogna chiedersi: “Perché non interessa? Dove sto sbagliando? È il metodo? Sono i contenuti?” Perché, e qui viene il bello, non è mai l’argomento a essere in discussione. Chiunque ha voglia di sentir parlare di tutto: il problema è solo come se ne parla. Mi viene da sorridere quando qualcuno afferma che io insegno “le curve”: chiunque sia stato a uno dei miei workshop o corsi sa benissimo che le curve per me sono solo uno strumento. Io ho l’orribile tracotanza, la pretesa vera e propria di cercare di insegnare una visione, non le curve. Che, messa così, è quasi una bestemmia perché non si può insegnare una visione: si può solo orientare qualcuno in una certa direzione e dirgli “ok, dai un’occhiata lì, senza dimenticare che ci sono almeno altri 270° di mondo oltre al tuo campo visivo attuale, e vale la pena che tu dia un’occhiata anche a quelli.” Poi la gente inizia a camminare da sola. E a quel punto l’unico compito che un docente può avere è quello di rendersi invisibile. Perché davanti a un percorso e davanti a una personalità ci si deve fermare. Forzare la mano è un’operazione dannosa e superba in primis.

Di chi sono le tecniche?

Ogni tanto incontro qualcuno che mi dice “uso le tue tecniche…” Questo mi terrorizza: perché NON SONO le mie tecniche. Non smetterò mai di ripeterlo, anche se naturalmente si è detto che io spaccio queste cose vecchie come il mondo come se fossero mie (Pinocchietto etc etc). Lo sto scrivendo, pubblicamente: quelle tecniche, a parte alcune procedure che si possono far risalire a un nome (Margulis, ad esempio, ma non solo), non sono in senso stretto di nessuno, perché sono tecniche fondamentali, scritte nella natura stessa delle immagini digitali. Tantomeno sono mie. Il metodo, certo, è di qualcuno: negli ultimi tre mesi, ad esempio, ho scoperto che una moneta qualsiasi è un formidabile strumento per spiegare intuitivamente la struttura dei canali Lab. Ci ho messo tre anni a farmi venire questa idea, e sarò ben felice se qualcuno la usa. Magari dica che è un’idea mia: ma di certo io non ho inventato la moneta. Tutti ne abbiamo in tasca una (ancora per un po’, almeno). Basta usarla.

Oggi, domani, ieri

Il grande privilegio di cui godo, per quanto mi riguarda, è poter incrociare Marco Campedelli sui corridoi dell’Istituto Palladio e sentirmi dire: “ho quattro ore con la classe di grafica 1, domani – puoi spiegargli questo e quest’altro oggi nelle tue due ore?” Sapendo naturalmente che, se io avessi bisogno di qualcosa di simile da lui, sarebbe pronto a farlo. O ricevere una telefonata di Tiziano Fruet, tempo necessario due minuti, che poi supera tranquillamente la mezz’ora per concludersi con: “ok, allora io anticipo questo ai ragazzi e poi tu ti innesti.” O poter chiamare Francesco Marzoli e dirgli: “senti, abbiamo argomenti simili in programma al Creative Pro Show – ci coordiniamo in maniera da non ripetere le stesse cose?” E tanti altri casi come questi. Questa è la prova, per quanto mi riguarda, che l’onestà intellettuale paga. E ci sono tanti, davvero tanti colleghi che fanno lo stesso, e lo so benissimo, e li conosco uno per uno; così come conosco quelli che invece negano nella propria mente il Comma 22 e perseverano nel fare giochi crudeli e sadici nei confronti dei piedi altrui.

Quello che so è che nel 2014 continuerò a fare delle cose, essenzialmente per me stesso, che poi verranno messe sul tavolo: up for grabs, come dicono gli inglesi, ovvero pronte per essere prese. Alcune saranno gratuite, altre no, ma saranno comunque disponibili per chiunque sia interessato. E nel momento in cui nessuno sarà più interessato potrò solo chiedermi: dove ho sbagliato?

Schizofrenico al massimo, il 2013 è stato per me l’anno di del Modern Photoshop Color Workflow di Dan Margulis, di Fotografia Reflex, dell’Istituto Design Palladio, di due fiere (Photoshow, Grafitalia) con ventun seminari diversi, senza ripetizione alcuna, nell’arco di un mese (masochistico, vero?, se preso come dato svincolato dalla filosofia del Comma 22?), del Creative Pro Show, della Scuola Romana di Fotografia, di tutti i workshop e i corsi: anche di quelli slittati in avanti. A caso, il bianco e nero a Castellanza, quello sul paesaggio a Pentedattilo, la maratona di quattro giorni (due CCC inanellati, di livello base e avanzato) a Reggio Calabria, quello introduttivo e generale di Flero. Tutte memorie, tutte Roadmap che se volete potete rivedere: fanno parte integrante del percorso.

E adesso, a poco più di una settimana dalla ghigliottina che toglierà il 3 in fondo al numero dell’anno sostituendolo con un 4 (come i canali di CMYK, guarda tu), raccolgo gli appunti, mi preparo a respirare a fondo ed entro senza un solo programma chiaro nel nuovo anno. So che ci saranno incontri e workshop, so che la scuola continuerà, so che farò dei videocorsi, so che scriverò degli articoli e forse qualcos’altro. Ma non so bene ancora cosa. Tutto questo sarà rischioso, ma pieno di sorprese. Se vi va di seguire, beh, sarà tutto up for grabs.

E quindi

Auguro di cuore buone feste a tutti: a chi crede e a chi non crede, a chi è stato onesto e a chi ha pensato di approfittare, a chi se l’è cavata e a chi ha sofferto, a chi vede uno spiraglio e a chi ha preoccupazioni più grandi di qualsiasi spiraglio. A tutti e all’opposto di tutti. Siamo duali come i canali a e b di Lab – non dimentichiamocene: quindi guardiamo le cose dall’alto, prima di scendere al suolo dove ci sporcheremo inevitabilmente le mani – cosa peraltro necessaria. La mappa non è il territorio, ma spesso aiuta.

Gli unici che lascio fuori dalla porta degli auguri sono quelli che si sono serviti di ciò che era up for grabs, sorridendo, per poi farne brandelli senza ammetterlo e senza avere alcuna cura di ciò che gli era stato dato. Quelli che hanno affermato e promesso, negando poi con i fatti le loro stesse affermazioni e promesse. E che, interrogati in merito, hanno risposto difendendosi: “ma io non sapevo cosa stavo dicendo.” A questi no, davvero. Gli serve ancora qualche anno, qualche tempo, ammesso e non concesso che il loro onnivoro egoismo possa avere fine. Se così sarà, benvenuti negli auguri. In caso contrario, Comma 22: ma dentro di loro, non a guardarlo dall’altro. E così sia.

Grazie davvero a tutti di avermi seguito fin qui.
Onward! Next!
MO

10 pensieri su “Comma 22, un anno dopo”

  1. grazie per gli auguri, il nostro incontro è durato il tempo di un clik, ma sappi che ti seguo sempre, anche se capisco un decimo di quello che dici sulla correzione colore, mi basta e avanza, auguri anche a te …per tutto….quello che farai.
    e…….complimenti per la tua disponibilità ad aiutare tutti.

  2. Caro Marco, del punto uno della lista mi sento in qualche modo corresponsabile…A parte gli scherzi, tu scrivi:” non ho mai fatto un videocorso perché pensavo che sarebbe stato un “buon prodotto”: ho preparato o fatto le cose che ho fatto perché volevo farle”. Beh, proprio ieri mentre guidavo e ascoltavo un cd (momento in cui spesso percorro spazio con la mente vedo altre cose…) pensavo un qualcosa che ci sono molti “artisti” che scrivono un disco pensando a chi è rivolto, a chi DEVE piacere, e pertanto ttto è costruito al fine ultimo (ma anche primo…) di vendere. Ce ne sono altri invece, i veri ARTISTI, che scrivono e fanno ciò che piace loro, ciò che sentono, e se poi questo piace anche a qualcun’altro che ha voglia di pagare per condividere la loro opera, sono anche più contenti. Questo per dire che ciò che resta secondo me è sempre e solo cio che è fatto con questo spirito. Il resto diventa una sorta di moda e come tale destinato a cambiare e dissolversi nel tempo.

  3. Grazie di tutto, Marco.
    Da parte mia, ti auguro di continuare con la passione che hai sempre dimostrato per quello che fai. E te lo auguro non soltanto perché seguirti è per me un piacere e mi stai dando molto. Te lo auguro perché vivere della propria passione la considero tra le fortune più grandi.

  4. Seguo spesso il tuo blog ed ogni volta, anche se non scrivo sempre, la mia stima aumenta e questo ti assicuro mi capita con poche persone. Accetto e ben volentieri contraccambio gli auguri e chissà se il 2014 mi permetterà di venirti a sentire in un corso.

  5. In viaggio, sulla strada. Vedo scorrere a lato cavi elettrici sospesi su stabili piloni. Penso all’energia che fluisce attraverso quelle autostrade, alle innumerevoli applicazioni, occasioni, creazioni che quel flusso rende possibili. Mi accorgo poi di pensare ad altre energie che inondano le nostre geografie: uomini e donne che con le loro “roadmaps” tracciano percorsi inattesi o inconsueti, in un generoso sforzo di ampliare le possibilità in condivisione. A queste persone va il mio doveroso ringraziamento.
    Auguri di cuore, Marco.

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