C’ero una volta, prima di Photoshop…

Premessa: perché questo amarcord?

00_Cover_image

Sto meditando da un po’ di tempo di scrivere questo articolo, che per una volta non è strettamente tecnico. Il titolo non è errato: è proprio C’ero una volta, non C’era, e presto scoprirete perché. Capita spesso che le persone mi chiedano in maniera un po’ sorpresa come mai io mi occupi di colore, e in particolare di correzione del colore in Photoshop, quando in realtà come quasi tutti sanno vengo da un mondo completamente diverso, che è quello dell’audio e della musica. Ho dunque deciso di raccontare la storia una volta per tutte, nel caso a qualcuno possa interessare. E la storia inizia molto, molto tempo fa, con una vecchia macchina fotografica.

Una gloriosa Wirgin Edixa-Mat Reflex C-L, più antica di me.

Bella, vero? Ce l’ho ancora. Probabilmente arrugginita e mezza bloccata, ma ce l’ho – in un armadio a casa di mia madre. Questa è la prima macchina fotografica che io ricordi, e il ricordo risale a quando avevo quattro anni:  ben quarantatre anni fa. Era la macchina fotografica di mio padre, che era un buon fotoamatore: un’Edixa-Mat senza esposimetro incorporato. All’epoca la parola “fotoamatore” aveva un significato un po’ diverso da ora: c’erano coloro che acquistavano una macchina fotografica, magari una SLR come questa, scattavano le loro fotografie e le spedivano in laboratorio per la stampa. E poi c’erano quelli, parecchio più arditi, che decidevano di fare tutto in casa. Mio padre Ennio era uno di questi impavidi desperados, e ricordo benissimo i pomeriggi domenicali quando ci chiudevamo nello sgabuzzino a fianco della cucina a sviluppare e stampare i suoi preziosi scatti. Ho ancora tutti i suoi negativi, alcuni dei quali risalenti a prima della mia nascita, ma non sono in grado di dire se realizzati tutti con questa Edixa del 1963. In casa c’erano anche una cinepresa Bolex 8 mm e un proiettore che, pur essendo muto, aveva un sincronizzatore in grado di pilotare un registratore a nastro (che pure ho ancora, e funziona meravigliosamente – valvole originali e tutto): era un Grundig TK46.

Non solo fotografia

L’ho sempre adorato: un capolavoro di tecnologia Made in Germany di mezzo secolo fa – Grundig TK46.

Per l’epoca, era una macchina da follia: stereofonica, quattro piste, tre velocità, la possibilità di creare effetti d’eco e una versatilità formidabile. La mia fortuna è stata quella di nascere in un posto dove, contravvenendo – lo ammetto! – ad alcune regole familiari non scritte ma chiaramente enunciate, potevo allungare le mie mani di bambino su qualcosa che poi, di fatto, sarebbe diventato il mio lavoro. Tutto è nato così e non è un caso che io conservi ancora tutte queste macchine; e le conserverei anche se fossero rottami.

Durst M300. Non lo dimenticherò mai, non è possibile.

Ma la cosa che mi attraeva di più, di tutto l’armamentario ammassato nello stanzino che mio padre chiamava “camera oscura” era l’ingranditore, un Durst M300. All’epoca, non dico che Durst avesse il monopolio del mercato, ma qui in Trentino non c’era quasi altro. Il motivo è che Durst aveva (e tuttora ha) sede a Bressanone, in Alto Adige, ed era abbastanza facile acquistare direttamente da loro se si aveva un buon contatto. In ogni caso, su questo ingranditore ho visto mio padre stampare fotografie in bianco e nero per più tempo di quanto possa ricordare. Non so esattamente quando sono entrato con lui in camera oscura per la prima volta; ma so che mi teneva sulle ginocchia e mi faceva vedere come l’immagine appariva, simile a un fantasma che diventava sempre più denso, nella bacinella gialla che conteneva “lo sviluppo”. C’erano le pinze; la bacinella centrale conteneva acqua con qualcosa che, per me, puzzava di aceto (ed era, infatti, acido acetico). E poi l’ultima, quella con “il fissaggio”. Il fissaggio puzzava davvero: lo sviluppo era dolciastro alle narici, il bagno centrale, che lui chiamava “arresto” più acre, l’ultimo decisamente un incubo. Ma toccava così: perché, mi diceva, se avessimo acceso la luce prima che la fotografia fosse fissata, con l’ultimo bagno, sarebbe diventata tutta nera.

Il colpo di stato del 1972

Solo quando ho avuto un figlio mi sono reso conto di quanto un bimbo tenda a emulare i genitori; e io non facevo eccezione. Mio padre poteva sembrare severo, ma era l’uomo più buono del mondo. E un giorno, in maniera poco ortodossa, versai gli acidi nelle bacinelle, accesi l’ingranditore e mi misi a stampare da solo. Avevo sette anni e lo ricordo benissimo: presi alcuni negativi che stavano nel cassetto, e realizzai un numero spropositato di stampe di alcune riproduzioni… del piano regolatore cittadino, che lui aveva fotografato dai piani originali non so per quale motivo. Quando le vide ne fu costernato: non perché avevo stampato, ma perché – mi disse – «tra tante fotografie belle, proprio queste dovevi scegliere?». Il seme però era stato gettato.

Si fotografava anche a colori, soprattutto in negativo, perché avevamo un proiettore di diapositive ma era letteralmente impossibile trovare i suoi caricatori, che avevano un formato non-standard; quelli originali erano andati persi non so come e non so dove. Quindi, niente dia. Le foto a colori si stampavano in laboratorio, “dal Preschern”, il negozio roveretano che all’epoca era uno dei riferimenti per i fotografi locali. Quel negozio esiste ancora, e il figlio del titolare è colui che oggi mi fa gli occhiali, perché – si sa – vecchie botteghe di fotografia non ce ne sono quasi più. Erano tempi d’oro: quando serviva qualcosa, ancora ragazzo, andavo lì – “mi dai il Microdol-X?” Mi allungavano la bottiglia e la commessa mi chiedeva: “devo segnare?” Scriveva il mio nome nel quadernetto verde e mi lasciava andare. Mio padre sarebbe passato poi. Lo so, fa effetto a ripensarci ora. Quanti negozi di fotografia farebbero credito a un ragazzino di dieci anni, oggi?

Entri, dalla quinta di destra, Andreas Feininger

Andreas Feininger – “The Photojournalist”.

Questa fotografia è famosissima: chissà quante volte l’avete vista. Il soggetto è Dennis Stock, ma il fotografo che la scattò era Andreas Feininger. E Feininger fu il primo fotografo che studiai: sì, perché quando mio padre si accorse che la fotografia m’interessava davvero, mi diede un suo libro che teneva sullo scaffale e s’intitolava “Il libro della fotografia”. Ce n’erano due, a dire il vero: il titolo dell’altro era “Il libro della fotografia a colori”. Mi diede il primo e mi disse: “imparalo”. Conteneva tecniche generali di ripresa, d’illuminazione, di sviluppo e di stampa e io lo imparai a memoria. Ci tengo a dire, quello analogico non era un mondo migliore – era semplicemente diverso. Ma a volte sorrido: non so quanti fotografi nati con il digitale sappiano cosa sia la gradazione della carta; che differenza ci fosse tra una pellicola come la Ilford PAN F sviluppata con il rivelatore ID-11 (sempre Ilford) piuttosto che con il Kodak HC-110; e credo che oggi “ortocromatico” significhi poco per chi è abituato a catturare le immagini su un sensore. Tutto questo processo era non solo chimico, ma quasi alchemico: e siccome papà me lo diceva, io studiavo. Ma se dicessi, così, su due piedi “difetto di reciprocità” o “effetto Schwarzschild”, quanti saprebbero parlarne, oggi?

Un Durst M601 con la testa a colori CLS 66, in tutto e per tutto identico a quello che ebbi nel 1977.

Mio padre aveva sempre meno tempo ma io intanto avevo iniziato a correre. Così, quando ebbi dodici anni, riuscii a convincerlo: stampare a colori in casa era possibile. Lui ormai aveva quasi abbandonato la camera oscura, ma era evidentemente orgoglioso di quello che stavo facendo e quindi arrivò, poco prima di Natale, il signore che vedete qui accanto. Era sempre un Durst, ma stavolta un M601, adatto per stampare negativi fino al formato 6 x 6 e dotato di una testa a colori (la vedete nella parte superiore) a filtri dicroici. Mio padre aveva fatto un errore di valutazione molto grave: dirmi “studia” mi aveva scatenato. Io non mi limitavo a studiare Feininger, ma sbranavo, letteralmente, anche le due riviste che arrivavano puntualmente in abbonamento. La prima, che vedevo da sempre, si chiamava “Progresso Fotografico”, la seconda “Tutti Fotografi”. Erano riviste dello stesso editore che si erano differenziate nel tempo: la prima era diventata più artistica, più legata alla fotografia in senso stretto; la seconda era più tecnica.

E, dalla quinta di sinistra, Renato Acri

Ho tirato fuori dal portafoglio – perché sta ancora lì – il biglietto da visita che Paolo Namias mi ha dato al Photoshow pochi mesi fa, quando mi venne presentato nello stand dell’amico Corrado Cabras. Namias porta avanti con coraggio e costanza le sue riviste ed è direttore editoriale di Editrice Progresso. L’indirizzo è sempre quello, come allora: Viale Piceno 14, Milano. E lo ricordo perfettamente, perché per me, nella mia mente di ragazzino, in Viale Piceno 14 viveva un personaggio che mi appariva mitologico che di nome faceva Renato Acri.

Renato (non posso chiamarlo altrimenti, pur non avendolo mai incontrato) è mancato pochi anni fa. Me l’ha detto proprio Namias, a quel Photoshow. Ma Renato fu colui che portò, di fatto, la stampa a colori nelle case dei fotografi italiani che avevano il coraggio di farla, alla fine degli anni ’70. Certamente, la portò in casa mia. Sono certo di poche cose al mondo, ma su almeno una non ho dubbi: se non fosse stato per lui oggi non starei scrivendo su questo blog. Renato s’inventò una rubrica che appariva su Tutti Fotografi e la chiamò “Tuttocolore”. Aveva coniato anche un neologismo per indicare i fotografi che sviluppavano e stampavano a colori in casa propria: “tuttocolorografi”. Anzi, ho una richiesta per me importante: se, tra chi mi sta leggendo, ci fosse qualcuno che in soffitta conserva ancora la collezione di Tutti Fotografi del 1977, lo pregherei di cercare nella rubrica della posta la lettera con il mio nome, a cui Acri rispose, intitolata “un tuttocolorografo di dodici anni”. Non la ho più, e vorrei davvero rivederla.

Volevo essere Cartier-Bresson (ma non potevo)

Carnevale di Borgo Sacco (TN), 1978.

Il fatto è che avevo già scattato un sacco di fotografie, all’epoca: scattavo a qualsiasi cosa mi si parasse davanti. Soprattutto, mi piaceva sperimentare: bianco e nero, che potevo sviluppare in casa; colore, e si andava in laboratorio, fino all’arrivo della camera oscura opportunamente equipaggiata; ma anche l’infrarosso, sia in bianco e nero che a colori. Non avevo dei soggetti preferiti: facevo prove di ritratto con mia sorella, di sei anni più giovane di me (e lei mi odiava per questo), qualche paesaggio, tentavo la riproduzione di originali di vario genere, come le copertine dei miei dischi. Per lo still life, usavo le statuine e i soprammobili di mia madre, allestendo lo studio in soggiorno; e un giorno d’estate, a scuola finita, passai tutto il pomeriggio a scattare un paio di rullini di diapositive che tuttora conservo e che ritraevano i luoghi più caratteristici di Rovereto. Ogni tanto ho l’insana tentazione di stamparle, tornare esattamente negli stessi luoghi e scattare le stesse fotografie, per metterle a confronto con quelle che ormai hanno ben più di trent’anni. E poi, a un certo punto, rimasi folgorato da Henri Cartier-Bresson che avevo visto in azione in un documentario televisivo a lui dedicato. Si muoveva per strada come un ballerino, quasi invisibile, e scattava. Ognuno sviluppa dei modelli e decisi di imitarlo – avevo tredici anni. Così un giorno me ne andai al carnevale di Borgo Sacco, una frazione di Rovereto che inizia subito dopo il ponte che portava a casa mia, e scattai di tutto. Un’immagine mi è rimasta molto cara, ed è quella che vedete qui sopra. Ingenua, con il problema serio della persona sullo sfondo che rovina la composizione (non c’era Photoshop per toglierla), ma ancora oggi ha qualcosa che mi attira. Fu un istinto: l’uomo comprò un palloncino al bimbo e io vidi questo passaggio veloce di denaro esattamente sopra il naso del bambino, rapito a guardare il suo coniglietto legato a un filo. Tirai su la macchina e scattai, senza quasi pensarci. L’uomo sulla sinistra ha ancora la banconota in mano. Per uno di quei piccoli miracoli che accadono quando si congela un istante, tutti guardano in una direzione diversa, ma solo il bambino guarda qualcosa ed è l’unico, in senso stretto, ad avere uno sguardo. Ricordo vagamente che diedi all’immagine un titolo che si può inventare, credo, solo a tredici anni: “felicità a pagamento”. Ma la foto finì nell’album nel quale rinchiudevo gli scatti che mi sembravano meglio riusciti, e ogni tanto la guardavo. Beh, dai – era Bresson almeno nello spirito. In quegli anni mi feci fuori anche tutti i volumi della splendida opera “La fotografia” pubblicata da Mondadori: diciassette volumi monografici sugli aspetti più disparati dell’arte e della tecnica, che ancora conservo e considero preziosi.

Non temerai CMY (anzi: YMC)

I colori complementari dei primari RGB, su una testa a colori: il potere del dicroismo.

Il colore, dicevo. Ricordo ancora il punto di partenza per la stampa dai negativi di nuova generazione. Sì, perché in quegli anni c’era stata la transizione dai vecchi negativi a colori, che avevano una maschera arancione intensissima, ai nuovi, che invece avevano una maschera molto più leggera. In archivio ne ho ancora di entrambi i tipi, più qualcuno, credo molto raro, senza alcuna maschera. Il campione dei negativi della nuova serie era il Kodacolor II, e il processo di sviluppo utilizzato si chiamava C-41. Il tipo di filtraggio che si utilizzava in stampa dipendeva dalla natura dell’immagine e dal tipo di carta, ma un punto di partenza sensato era 100Y 70M 0C. Erano i valori da impostare nella testa a colori dell’ingranditore, che conteneva tre filtri dicroici. Il Cyan in pratica non si usava quasi mai, e i valori andavano da 0 a 100: 0 significava che un filtro era escluso dal percorso della luce, generata da una lampada alogena e poi diffusa da un box opportunamente progettato per evitare variazioni locali del fascio luminoso; 100 indicava la massima pienezza di colore possibile.

Quando si stampava a colori da negativo, se c’era una dominante, per rimuoverla bisognava aumentare e non ridurre l’intensità del colore sul quale si voleva intervenire. Era una manovra anti-intuitiva ma diventava un’abitudine, dopo un po’. E c’era un fatto che oggi, chi è nato con il digitale, non può sapere: a priori, non c’era alcun modo di decidere se la resa cromatica di un negativo fosse buona o meno. Per saperlo, bisognava stamparlo, e si andava realmente a occhio. Esistevano degli analizzatori colore che lavoravano essenzialmente sulla media dei colori presenti nel fotogramma, ma potevano sbagliare. Era normale fare almeno due stampe – la prima con i parametri suggeriti dall’analizzatore e la seconda con le conversioni che si apportavano dopo avere valutato il risultato. Un sistema di valutazione consisteva nell’osservare la stampa attraverso dei filtri colorati in gelatina, che esistevano in diverse densità. Se un filtro 5C dava un risultato migliore, significava che l’immagine in esame era troppo rossa, e bisognava toglierle cinque punti di rosso. Il che significava, naturalmente +5Y e +5M, per quanto ho appena detto. Visto che si partiva con 100Y questo poteva essere un discreto problema, a volte, ma di solito se ne usciva.

Come il 35 mm, ma molto più grande

Zenza Bronica ETR: 4,5 x 6 su pellicola 120 o 220. Questa divenne la nostra macchina fotografica abituale.

In ogni caso, per farla breve, fu così che per me iniziò tutto. E così tutto andò avanti, per qualche anno, con l’Edixa ormai anziana affiancata da una Minolta SRT 101 dotata di esposimetro incorporato (anche se il vecchio Lunasix Gossen restava sempre nella borsa, perché permetteva di misurare la luce incidente e dava risultati più accurati). Mio padre aveva però sempre desiderato avere una medio formato. Ogni tanto uno di noi diceva “Hasselblad” con un sorrisino, e cadeva un silenzio imbarazzato: queste Rolls-Royce del formato 6 x 6 erano già allora oggetti oscuri del desiderio; oggi un fotografo che usi i dorsi digitali della casa svedese viene guardato con un misto di timore e rispetto – e lo stesso accadeva allora. Una Hasselblad non arrivò mai in casa nostra, ma una Zenza Bronica ETR sì. Il passo in avanti fu notevole, grazie alla dimensione del fotogramma e alla qualità degli obiettivi, ma fu necessario un investimento ulteriore: serviva innanzitutto una nuova sviluppatrice (e quello fu il meno), ma soprattutto un nuovo obiettivo per l’ingranditore, visto che il 50 mm che avevamo non riusciva a coprire tutta la superficie del negativo. Quindi arrivò uno Schneider Componon 80 mm.

La cosa più o meno si fermò lì, dal punto di vista tecnologico. Io continuai a frequentare la camera oscura fino al 1983 circa, anno in cui iniziai l’università. Poi venne smantellata: il tempo a disposizione era diminuito sia per me che per mio padre e io avevo nel frattempo iniziato ad allestire il mio studio di registrazione che, all’epoca, occupava praticamente tutta la mia stanza (e non a caso si chiamò The Noisy Room, nella sua prima incarnazione). Questo spostò rapidamente la mia attenzione verso l’audio e la musica, al punto che qualche anno dopo le foto non venivano più stampate in casa: io avevo acquistato una reflex Minolta 35 mm e quel poco che facevo finiva in laboratorio. Quella rimase la mia macchina fotografica, purtroppo rovinosamente finita a terra sulla dura pietra dei Roman Baths di Bath, in Inghilterra. Nel 2001 acquistai una piccola compatta digitale sempre targata Minolta. Poi una Fuji Finepix. Poi una Canon 40D, nel 2008. E quest’anno, la mia amata Canon 5D Mark II.

Le mani sulla CPU

Silicon Graphics Iris 4D/50GT: costava quasi 100.000.000 di lire.

In un certo senso continuai a occuparmi di immagini anche dopo avere abbandonato la camera oscura. Tra il 1990 e il 1992, quando lavorai presso il Centro di Calcolo Interdipartimentale dell’Università di Trento dopo essermi laureato in fisica, tra le altre cose ero responsabile di una workstation Silicon Graphics Iris 4D. Questa fu la macchina su cui imparai, contemporaneamente, Unix e il linguaggio C. Sull’altro versante, amministravo un sistema VAX – e lì si gestiva tutto in VMS e si “parlava” in Fortran. Ma soprattutto fu cruciale il fatto che sulla Iris scoprii le librerie OpenGL, sviluppate proprio da Silicon Graphics, e le utilizzai per produrre alcuni software interni in collaborazione con dei progetti di ricerca che venivano realizzati all’interno dell’università.

All’epoca il mio computer di casa era un Atari ST, nella versione Mega 4 (sì, aveva ben 4MB di RAM e, indimenticabili, 60 MB di disco rigido partizionato in quattro unità da 15 MB ciascuna). Quando passai a un PC, attorno al 1993, due tra i primi software che acquistai e installai furono Corel Draw e Corel Photo Paint. All’epoca non ero al corrente, se non vagamente, dell’esistenza di un programma chiamato Photoshop; e non lo fui fino a dopo il 1995, anno in cui acquistai il mio primo Mac. Era una scelta quasi obbligata (e fu un sollievo, devo dire, rispetto alle perpetue instabilità di Windows): stavo iniziando a occuparmi di mastering audio, e uno dei programmi di riferimento era Digidesign Pro Tools, che uso tuttora, assieme a una serie di utilities di contorno. All’epoca la piattaforma hardware di eccellenza era targata Apple, c’erano poche discussioni su questo. L’hardware veniva così strozzato da queste applicazioni che i computer erano sostanzialmente dedicati solo a esse: non veniva installato quasi niente altro. Il mio Mac è rimasto per anni sconnesso da internet esattamente per questo motivo, tanto per fare un esempio.

Big Electric Cat – ovvero Photoshop 4

Un mio amico olandese, saputo che avevo un Mac, nel 1997 mi diede una copia di un programma (crackato, ovviamente) e mi disse: “prova questo – è il software più magnifico che sia stato scritto in campo grafico”. Era Photoshop 4. Incuriosito lo installai e fu amore a prima vista. Esisteva anche la versione per PC, ma all’epoca i grafici “veri” erano votati ad Apple, e quella fu la versione che ricevetti. Lo usai per giocarci e per studiarlo, più che altro, perché all’epoca gli studi grafici con cui mi dovevo interfacciare erano ancora saldamente ancorati a Corel, e quello che facevo per passargli i materiali pre-impaginati veniva tutto realizzato sul PC, ma il mio primo incontro con Photoshop avvenne di fatto quindici anni fa. Gli studi grafici mi servivano, perché producevo CD e musicassette; occasionalmente, anche qualche pubblicazione con un CD allegato. Tutti questi oggetti necessitano di carta stampata, e la carta stampata vuole un progetto. Spesso dovevo elaborare una bozza con il cliente, per poi passarla a chi, per professione, era in grado di tradurla in un progetto vero. Era quindi essenziale che fossi allineato con i miei fornitori, dal punto di vista software.

Le cose cambiarono radicalmente nel 2002, quando assunsi la prima persona che si occupò a tempo pieno di grafica nella mia ditta. Passavamo all’epoca per un service di stampa che ci interfacciava con le tipografie, e questo service utilizzava essenzialmente Photoshop e Pagemaker: a quel punto ci allineammo anche noi. Acquistai Photoshop 7, e da allora non ho più mancato una versione, passando a Creative Suite quando venne introdotto InDesign.

E infine, a centro palco, Dan Margulis

La copertina di Professional Photoshop, Fifth Edition – di Dan Margulis.

La storia della correzione colore venne fuori ben presto. Il problema, per me, era mantenere una coerenza tra ciò che osservavo a schermo e gli stampati che venivano prodotti per mio conto, e iniziai a indagare: informazioni non ce n’erano, o erano frammentarie e confuse. Chiedere alle tipografie era una battaglia persa. Nel 2005 riuscii a farmi spiegare i profili colore da un fotografo molto bravo che aveva affrontato l’argomento e che gentilmente mi mise al corrente, in un paio d’ore, su come stessero le cose. Ma restava il problema grosso dell’ottimizzazione delle immagini: semplicemente, andavo a occhio. Fino a quando, nel 2007, in un negozio di Londra, trovai per caso un libro che a prima vista sembrava affrontare il problema con cui stavo lottando ormai da diversi anni. Si trattava di Professional Photoshop, nella sua quinta edizione, di tale Dan Margulis. Lo comprai e quella notte rimasi in hotel sveglio fino alle quattro di mattina a leggere, senza quasi crederci, quello che quest’uomo aveva scritto. Era ovvio che si davano solo due possibilità: o quelle tecniche funzionavano sempre, o non funzionavano affatto. Meno diplomaticamente: o era un genio, o era un pazzo.

Tornai in Italia, e scoprii in fretta che funzionavano, eccome. Non solo: una volta compreso il meccanismo, funzionavano davvero sempre. In subordine, l’autore era un genio. Questa consapevolezza si fece strada nel mese di ottobre 2007, e prima delle vacanze di fine anno scrissi con reverenziale rispetto a Margulis, allegando un’immagine che era stata nel frattempo corretta dalla mia assistente dell’epoca, alla quale avevo inziato a comunicare le tecniche mano a mano che le imparavo. Lo scopo era ringraziarlo: il miglioramento della qualità dei nostri lavori era stato verticale e immediato dopo anni di sofferenze, e finalmente iniziai a capire dove avevo sempre sbagliato: mi ero fidato degli occhi e non dei numeri. Era così semplice, alla fine. E mi sembrava di risentire una frase di un brano di Peter Hammill: I remember it well, I can guess what went wrong… you believed all those words in the popular songs…

Io e Dan la prima volta che ci incontrammo, il 19 maggio 2008.

Margulis rispose alla mia e-mail, e c’incontrammo – su suo invito – nel mese di maggio 2008 in un ristorante vicino a Cortina d’Ampezzo in occasione di una delle sue tante visite in Italia. Fu allora che venni a sapere da lui che un certo Alessandro Bernardi, che non conoscevo, aveva intenzione di organizzare un suo corso in Italia. Io dal canto mio avevo già deciso di andare a studiare con Margulis negli USA alla prima occasione e questa novità mi fece risparmiare un lungo viaggio. Chiamai Alessandro forse il giorno dopo, mi confermò che l’intenzione c’era, e a gennaio del 2009, se non vado errato, perfezionai l’iscrizione alla prima classe ACT italiana in assoluto, che si tenne a Corciano. In quel contesto conobbi, tra gli altri, Davide Barranca, Daniele Di Stanio e Tiziano Fruet: tutti nomi che, credo, sono noti anche a voi che leggete e che annovero tra i miei migliori amici. Oltre, naturalmente, ad Alessandro Bernardi. Un aneddoto: sullo stesso tavolo che vedete nella foto, ricevetti la mia prima lezione privata di PPW. Il metodo era già stato concepito, ma proprio in quei giorni stava per esserer pubblicato il primo video sull’argomento per Kelby Training. Dan prese un paio di tovaglioli di carta, una penna, e mi descrisse il flusso di lavoro annotandolo su di essi, dalla a alla z. Io ero piuttosto sconvolto dall’idea che mi stesse facendo una simile lezione gratis e glielo feci notare. Mi rispose una cosa che non ho mai dimenticato: avere paura d’insegnare ciò che si sa è molto stupido. Forse il primissimo germe attorno a cui i miei corsi si sono cristallizzati si è innestato nella mia testa quella sera.

Il resto è storia nota; ma questa è la storia grazie alla quale, in ultima analisi, ora esiste questo blog, esistono i CCC – Color Correction Campus; ed esistono diverse altre cose non di mia proprietà o concezione, o solo marginalmente (o per nulla) legate a me: cose come Albero del Colore, ALCE, Channels Power Tool, il pannello PPW, i videocorsi di Teacher-in-a-Box, il videocorso in italiano di Dan sul Picture Postcard Workflow. Attenzione: tutte cose che avrebbero potuto esistere comunque, ma che sarebbero state certamente diverse senza questa catena di eventi, un vero e proprio treno su cui mi vedo come privilegiato viaggiatore, perlomeno negli ultimi quattro anni. Che, ovviamente, non sono stati i miei unici quattro anni con Photoshop e dintorni come forse qualcuno ha creduto. Anche perché non avrei certamente né il coraggio né la faccia tosta per insegnare questa materia se ci avessi appena messo dentro il piede. A questo proposito vorrei osservare due cose.

Apologia di un metodo “timeless in nature”

La prima è che il mondo dell’immagine fotografica si sta ultimamente incentrando su Lightroom e Camera Raw. Questo è assai sensato e ha delle ragioni che, tra l’altro, non sono affatto estranee a certe scelte politiche e commerciali operate da Adobe stessa. I fotografi hanno pieno diritto di seguire il flusso di lavoro che preferiscono: e più esso è efficiente, si spera senza grossi compromessi sulla qualità, meglio è. Da qui a dichiarare, però, che le tecniche della correzione del colore come le ha codificate Dan Margulis sono obsolete, ce ne passa. Il salto è perlomeno azzardato. Non sono obsolete: sono antiche, che è diverso – e risalgono, nella loro sostanza, a molto prima che esistesse Photoshop. Guardate le manopole sulla mia vecchia testa a colori Durst e ne avrete la prova. In realtà non sono neppure antiche – sono senza tempo per loro natura. E le cose timeless in nature funzionano sempre, per definizione.

La seconda si collega a questa esistenza senza tempo. I metodi di fusione, tanto per fare un esempio, sono noiosi da apprendere in Photoshop tanto quanto sono fondamentali; è un dato di fatto. Ma, credetemi, è assai più noioso scrivere codice con funzioni come OLY(A, B) = 2 * A * B [se A < 0,5], OLY (A, B) = 1 – 2 * (1 – A) * (1 – B) [se A >= 0,5]. Perché questo si faceva sulla citata Iris per realizzare una sovrapposizione tra due immagini. E quando con il Professor Vincenzo Casulli lavoravo a un modello tridimensionale che simulasse l’evoluzione delle maree nella laguna di Venezia (per il quale la workstation grafica era solo il front-end perché tutti i calcoli venivano eseguiti sul Cray Y-MP del Cineca di Casalecchio di Reno, via rete), mi venne chiesto se potevamo rendere l’acqua trasparente. Mi toccò rispondere – “sì, ma dobbiamo tirare in ballo un canale aggiuntivo, chiamato alpha, che associato alla matrice RGB che rappresenta i dati esprime l’opacità…”

L’analizzatore colore per negativi Durst Colorneg II. Le dominanti esistevano anche negli anni ’70.

Tutto questo per dire che certi concetti non sono nati con Photoshop. Facevamo le stesse cose anche prima, con enorme fatica, e alcuni di noi (anch’io, nel mio piccolo) si sono guadagnati sul campo le prime cicatrici quando il concetto di personal computer era ancora nella sua infanzia, e internet era qualcosa che ben pochi potevano permettersi in casa. Se poi si erano girate le famose manopole della CLS 66, se si era aperta una tank di sviluppo per sparare luce intensa su una pellicola invertibile per innescare il processo di inversione, se si era utilizzato il ColorNeg Analyser II per bilanciare le dominanti, tutto il discorso tornava prima o poi. Per me è tornato, e torna tuttora. E questa è una delle circostanze più fortunate della mia vita, per come la vedo.

In the end? Onward! Next!!!

Alla fine di questo 2012 ho sentito il desiderio di ripercorrere un po’ i miei stessi passi, perché mi viene spesso chiesto: “come sei arrivato qui?” E mi ha fatto bene mettere le cose in prospettiva: non ho certificazioni da esibire, non sono un “guru”, ma ho un percorso, abbastanza tortuoso come credo abbiate potuto vedere, che posso mettere a disposizione di chiunque abbia voglia di apprendere le poche nozioni che credo di padroneggiare con un minimo di competenza. Le reazioni positive dei numerosi studenti che hanno seguito i workshop e i campus di quest’anno mi suggeriscono che questa sia la strada giusta.

Con questo, non mi resta che augurare a tutti voi che leggete, nessuno escluso, un 2013 con molte luci e poche ombre: credo che ne abbiamo tutti bisogno, e credo che dipenderà anche da noi dove le stesse si situeranno. Al 100%, dipenderà da noi la distribuzione dei toni dell’immagine che costruiremo nella nostra vita. E vi ricordo che dove più ripida è la curva, tanto maggiore è il contrasto. Decidete poi voi cosa volete curvare, se lo volete fare, quanto volete rischiare e quanto potete sacrificare delle parti che, purtroppo e inevitabilmente, si troveranno in segmenti più piatti della curva stessa.

Con grande affetto per tutti, grazie per l’attenzione – come al solito!
MO

55 pensieri su “C’ero una volta, prima di Photoshop…”

  1. Beh!..a mio avviso c’è poco da dire …una sintesi perfetta tra scienza e poesia…rinnovo la mia stima per la sua persona e per la sua mente, io che ho avuto il piacere e la fortuna di conoscerla.

      1. Mio padre, da piccolo, entrava in camera oscura aiutando mio nonno a sviluppare e stampare foto negli anni 40 . Mio nonno, fotografo di un piccolo paesino della Sicilia, fu testimone dello sbarco degli alleati nel 43. Da mio padre ho ereditato una quantità di negativi dell’epoca e preziosi apparecchi di fotografia tra cui vecchi ingranditori. È un patrimonio di vita commovente che conservo . Ho deciso di stampare quelle foto.

        1. Grazie Salvatore di questi ricordi: comprendo bene il valore degli archivi storici e privati. Buona fortuna nel restauro e nella riproduzione di così tanto materiale: spero che possa anche essere valorizzato, magari, come dovrebbe – per un pubblico, intendo.
          A presto!
          MO

  2. Marco,è una storia bellissima e lascia capire quanta esperienza e conoscenza tu abbia sull’argomento.Veramente complimenti e articolo stupefacente…continua così…

  3. Fa un certo effetto conoscere il background di chi ti ha ispirato.
    È un po’ una ruota karmica, tu scrivi di Margulis, di Corciano, di tuo padre e di persone che in un qualche modo, ti hanno portato ad amare la tua strada.
    Sono sicuro di non essere l’unico, che potrebbe scrivere la stessa cosa di te.
    E ancora una volta, riesci a inserire quelle piccole frasi chiave che aprono la mente a nuovi modi di pensare : “e avere paura di insegnare ciò che si sa è molto stupido.”
    Fantastico, Marco, felice come sempre che tu sia capitato sulla mia strada!

    1. A dire il vero la frase è di Margulis, l’ho solo citata :). Così come in realtà ho preso i metodi codificati da lui, li ho in qualche modo riadattati a un linguaggio e a un livello didattico diversi da quelli che lui aveva a disposizione negli USA, e li ripropongo. Insomma, non ho inventato niente.
      Ci meditavo l’altro giorno: tutti vorrebbero avere “inventato” qualcosa in Photoshop, e certamente esistono persone che hanno codificato in maniera nitida e relativamente semplice delle tecniche. Margulis è tra loro, e non è certo il solo. Ma se ben guardiamo non si “inventa” un metodo per scontornare un cielo usando il canale b di Lab o cose simili: il metodo sgorga in realtà dalla struttura dei canali, e a meno che non abbiamo “inventato” Lab, stiamo solo applicando delle regole generali. Penso che la cosa importante sia la lettura che siamo in grado di dare delle immagini, dal punto di vista tecnico innanzitutto.
      Ultimamente mi sono usciti due modellini che credo siano abbastanza inediti come concezione: uno riguarda proprio Lab, uno riguarda l’istogramma – ed è una spiegazione reale, semplice e comprensibile a tutti del perché l’istogramma di un’immagine non è poi così importante, anzi meno, forse per niente – almeno in certi contesti. Nelle prossime settimane li vorrei mostrare in pubblico (con uno ci ho già provato, sembra funzionare), ma non sono “nuovi”; sono solo letture di qualcosa che sappiamo già benissimo. E, ti dirò, sono molto felice così, visto che l’unico metodo che ho proposto, incoraggiato proprio da Margulis dietro le quinte, era sì spettacolare su alcune immagini, ma allo stesso tempo ne massacrava 9 su 10, e quindi non era un metodo per definizione.
      Quanto alle ispirazioni: mi fa piacere e mi preoccupa contemporaneamente, specialmente se poi le persone, come tu hai fatto, decidono di cambiare strada dopo un CCC. Lo capisco, ma allo stesso tempo mi sento addosso un po’ di responsabilità… che in realtà razionalmente so di non avere. Resti uno dei miei studenti più cari, nel ricordo: marmorizzato a Vicenza per due giorni, una statua con gli occhi sbarrati. E poi alla fine, alzasti la mano: “posso dire una cosa…?” E non ce ne fu più per nessuno. Mitico BertoCCi, grazie.
      E per Natale ti mando quel cielo con le nuvole color Blue Reflex C (™ Pantone) che riuscisti a produrre proprio quella volta. Ne è passata di acqua sotto i ponti, eh? (Ma, in subordine, quell’acqua era blu?…)

  4. Inutile dire che ho letto tutto d’un fiato. Mi sono trovato a leggere diverse cose in comune con te, anche se poi professionalmente ho seguito un’altra strada ed oggi mi occupo di fotografia “solo” come fotoamatore (penso evoluto, almeno per quanto riesco a spenderci, perlomeno :-)) e di musica come passione eterna, ben più ascoltata che suonata. Quel Grundig ce l’avevo anch’io! o meglio ce l’aveva mio padre e faceva bello sfoggio di se su di un ripiano del salotto di casa, con lui ci registravo robe dalla televisione in b/n a fianco per poi riascoltarle quando volevo.
    La camera oscura fu un grande regalo dei miei, ricavata in una stanza della cantina con addirittura una tenda nera oscurante “presa in prestito” dagli ambulatori di radiologia dove mio padre era direttore amministrativo, così come un asciugatore per pellicole che risultava comodissimo in un ambiente che era tutt’altro che asciutto. Lupo M3 Color, con obiettivo Nikon 50 mm f2, col quale sviluppavo il mio b/n ma anche il colore col Cibachrome, di cui possiedo ancora tutto il kit.Scattavo con due Pentax, una ME e una Super-A fotocameraeuropeadellanno1983.
    Poi il parziale abbandono della fotografia intorno al 1985-6, quando iscritto a Medicina Veterinaria mi trovai a dover studiare davvero ed alle prese con altri interessi. Come tutti si riparte col digitale non appena ci si accorge che si deve trovare qualcosa per noi stessi oltre al lavoro, nel mio caso ricordo che la prima digitale da ben 2.1 MP fu una Kodak che pagai nel 1998-9 un milione e ottocentomila lire (che ora ci si compra una Canon EOS M o altre gran cose), poi una Casio ed infine il rientro in reflex con una nata malissimo Nikon D200 e conseguente viraggio in Canon dove mi sento a casa, se non altro per bontà di progetto ed affidabilità. Nel frattempo, quasi per caso, vidi un riquadro che pubblicizzava un certo videocorso di un flusso di lavoro che prometteva di migliorare le tue immagini in immagini da cartolina in 5 minuti. E lì ho conosciuto molte persone interessanti, tu compreso.
    Tutto questo comunque non era per draccontarmi, ma per ringraziarti per quanto hai scritto sopra, perché mi hai fatto ripercorrere delle belle parti della mia vita.
    E siamo ancora a metà, almeno si spera!
    Buon anno a te e tutti coloro che leggono.

    1. Grazie Claudio! Hai ragione, l’arte oscura di registrare le cose dalla televisione per riascoltarle la ricordo bene. Ricordo anche che quando arrivò la prima radio dotata di uscita via cavo, in modo che si potesse collegarla al registratore, mi sembrava fantascienza. E certamente se qualcuno all’epoca avesse detto “wireless, praticamente ovunque” lo avrebbero rinchiuso.
      Auguri anche a te!

  5. stamattina ero venuto in ufficio per recuperare “un po’ di lavoro arretrato” ma mi sono ritrovato a leggere le prime righe… e ho proseguito fino alla fine… d’un fiato! Hai la capacità di trasmettere la tua passione in modo contagioso.
    Dopo aver frequentato il CCC è stata nche per me si aperta una strada nuova…
    Grazie Marco.

  6. Che dire? Molte cose che hai descritto hanno fatto parte della mia vita, il bn, la Durst, Hasselblad (io l’avevo) 🙂 le dia, il papà fotografo amatoriale che insegna….
    Adesso capisco molte cose, non smetto mai di meravigliarmi poi delle strane coincidenze della vita, delle conoscenze che si fanno nel nostro cammino. Ho conosciuto te dopo aver conosciuto altre persone che a te mi hanno indirizzato…
    Bello! Sono felice di avere conoscenze di questo tipo e sopratutto con queste qualità.

    1. Vero, ci sono molte coincidenze – ammesso che lo siano davvero. In realtà più ci penso e meno ne sono sicuro (che siano coincidenze, intendo). Grazie Arthur, auguri, e a presto!

  7. Quando leggo post come questo, mi rendo conto di quanto essere nativi digitali (fotograficamente parlando), ci renda non proprio zoppi, ma col fiato un po’ corto.
    E di quanto lavoro ci sia dietro a qualcosa che -a vederlo da fuori- sembra semplicemente un talento.

    Un abbraccio enorme e che il 2013 sia uno di quegli anni da elencare, nel post amarcord del 2050

  8. Beh che dire…. tutti sognano di fare il lavoro che gli piace, per molti rimane solo un sogno, qualcuno ci prova ma fallisce, pochissimi possono dirci di essere riusciti… Marco direi che stai nell’ultimo segmento! Un predestinato! E da buon lettore non posso che notare un certo talento narrativo. Auguri!!! 😉

    1. Grazie di cuore, Mirko. Sì, credo di essere stato fortunato. Credo anche che uno dei miei punti di forza sia anche uno dei miei punti di potenziale debolezza: la tenacia, che può a volte sfociare in ossessione (per qualcosa). Intanto, vado avanti, e vediamo cosa succederà :).
      Auguri!

  9. Grazie per la condivisione della tua storia personale!
    E’ stato molto bello e interessante conoscere le tue fonti di ispirazione!
    Tanti auguri!

  10. GRAZIE!!!!!
    Condividere con noi tutti questi “tuoi” momenti personali é un gran bel regalo!
    Alcuni episodi ce li avevi raccontati alla cena con Fabrizio e Doris, al CCC di Milano a giugno, adesso capisco ancora meglio da dove deriva la tua bravura nel far diventare semplici anche dei concetti difficili.
    Grazie, perché anche tu, come Dan, non hai nessun timore di insegnare ciò che sai.
    Buone feste e speriamo di poterci vedere presto….magari ad un CCC di secondo livello.
    Ciao

  11. Bella storia, io nel 1978 dovevo ancora nascere… e poi la fotografia in casa mia e’ rimasta una cosa da grandi per parecchio tempo … ho dovuto sudare per poter arrivare a fare i miei primi due scatti di una panoramicha insulsa su pellicola tanto tempo fa… chissa’ che fine hanno fatto. Vedere che hai incominciato dalle basi mi fa pensare che partire gia’ dal digitale sia in effetti un perdere un qualcosa. Non e’ stata una strada dritta… il bello sta anche nelle curve. E’ una storia che ho letto volentieri. Grazie

  12. Una storia che potrei definire un crescendo in curiosità, la chiave di volta di chi vuol conoscere ed approfondire e dovrebbe costituire la base logica ed emotiva di chi si appresta ad una qualsiovolglia attività. Condividi le tue conoscenze in modo preciso e garbato ed è questo quello che apprezzo moltissimo. Come sempre ti leggo con piacere e approfitto per augurarti buone feste, ciao.

  13. Marco, ho un anno più di te. Leggere il tuo racconto mi ha fatto tornare bambino nella stanza che trasformavo in camera oscura. E poiché è proprio da quella stanza che ti sto scrivendo, riesco a vederla perfettamente come era allora: gli spazi, l’atmosfera, i pensieri, gli odori.
    Grazie di tutto, Marco.
    Tanti auguri.

    1. Sono contento che tu abbia ancora quella stanza. La mia è rimasta nella vecchia casa, che ho lasciato ormai nove anni fa. L’attrezzatura l’ho venduta, prima di allora, a una ragazza di nome Camilla che aveva una grande passione. Mi ha consolato sapere che, dalla soffitta, passava nelle mani di qualcuno che l’avrebbe usata in quel modo.
      Auguri a te e ai tuoi cari, a presto!

  14. Caro Marco, mi associo al coro unanime di quanti mi hanno preceduto finora per il piacere trasmesso dal tuo racconto di vita personale e professionale ma anche per aver fatto rivivere in me sensazioni ed emozioni sopite da tempo e riaffiorate grazie ai tuoi ricordi puntuali e precisi quasi fossero la stampa di un’immagine latente per tanti anni dimenticata nel cassetto della mia memoria più intima. Per questo te ne sono grato. Unitamente alla mia gratitudine desidero ringraziarti per la divulgazione che fai delle tue conoscenze, davvero Extended, parte delle quali oggi convivono in me e grazie alle quali il tuo contributo è sempre presente nel mio lavoro. Affettuosi Auguri a te e al tuo bimbo.

    1. Grazie, Francesco: sembra ieri che ci siamo incontrati a Roma – e invece sono già otto mesi. È bello ritrovarsi, quasi per caso (ma forse no) sulle pagine di un blog e scoprire che ci sono delle cose in comune. Un caro augurio anche a te e alla tua famiglia, grazie ancora!

  15. racconto ispirato che ispira voglia di fotografare, di leggere e scrivere con le immagini, ho riconosciuto molti punti in comune con la mia infanzia, a partire dalla prima camera oscura che ebbi dopo molte insistenze all’età di 12 anni, alla prima MF presa prima di compiere la maturità, la ETR, poi la ETRS, le fuji a telemetro, la 680, le hassy….
    Ero abbonato a 4 riviste, tra queste TF, però parto dal 1979 (ho controllato, niente 1977 purtroppo) con la rubrica di Acri, la ricordo, “tuttocolore”.
    grazie per avermi fatto rivivere come in un deja-vù attimi oramai dimenticati
    ciao
    Franco Demartini

    1. Renato Acri fu un pioniere, non ci sono dubbi. Aveva uno stile di scrittura unico, un’ironia sottile e la prima cosa che leggevo era la sua rubrica. Quando ho saputo della sua scomparsa mi è davvero sinceramente dispiaciuto. Era stato nei miei pensieri per tanti anni, e non sapevo bene a chi chiedere; tra l’altro, anche in google non compare molto – solo nei commenti di alcuni “vecchi” fotografi che ricordano le sue rubriche. Non mi sarei neppure aspettato, devo dire, che questo articolo rimasto in gestazione per quasi un mese riuscisse a risvegliare tanti ricordi in tante persone; avrei potuto scriverlo sei mesi fa, ma per qualche motivo è uscito ora, al giro di boa di un anno per molti versi formidabile, per altri difficile: e forse è giusto così. Grazie davvero dei tuoi commenti, e sinceri auguri per le feste e per il 2013.

  16. Che dire!!!!! Veramente affascinante! Non posso fare a meno di ritrovarmi nell’affermazione che caratterizzava il mio modo di lavorare: “andavo ad occhio”…..poi tutto è veramente cambiato quando ho conosciuto il ccc!!! Sono orgoglioso di quanto ho appreso e questo non può che dare onore al vostro lavoro!!! Ciao

  17. Caro Marco,
    Ho da poco tempo scoperto il tuo blog e ne sono rimasto profondamente affascinato.
    Sono un “vecchio” fotoamatore ( stavolta il termine vecchio è veramente appropriato essendo io nato nel 1956 per cui penso di alzare la media dell’età dei “ragazzi” che frequentano il tuo blog !!!) e mi ritrovo in molti dei passaggi epocali che hai evocato del mondo della fotografia. Sono passato anch’io attraverso la camera oscura analogica con ore e ore trascorse in compagnia di negativi, bacinelle, ingranditore e luce attinica.
    Io però mi sono fermato al bianco e nero. Il colore mi ha visto usare solo invertibili, dalla mitica Agfachrome 50 alla rivoluzionaria Velvia 50 senza rinunciare a incursioni in casa Kodak, e qualche raro esperimento col Cibachrome casalingo ( magnifico, costoso, e introvabile). La mia vera passione erano le stampe alla Weston o alla Ansel Adams, per intenderci.
    Ora dopo il lontano ormai passaggio al digitale e varie peregrinazioni in questo mondo alla ricerca disperata di ritrovare la magia di quelle stampe con tanti toni di grigio, mi rendo conto che i mezzi sono completamente cambiati e che quelle stampe così ricche di “presenza” non sono più alla portata delle moderne tecniche inkjet.
    Nel mio continuo peregrinare da un blog ad un altro, da un “guru” ad un altro, mi sono imbattuto qualche mese fa anch’io nel mitico PPW di Dan Margulis che ho acquistato, scaricato e visionato.
    Devo ammettere che non è stato facile per me entrare in questo nuovo mondo, e che soprattutto credo che le nozioni in esso contenute siano più indirizzate a persone con solido background professionale nel mondo degli stampatori professionali più che a fotografi e fotoamatori. Inoltre non ho trovato in esso l’approccio specifico per massimizzare la stampa in bianco e nero che veramente sia paragonabile a quella analogica.
    Forse le mie aspettative erano eccessive, o forse non sono stato all’altezza di sfruttare in questo senso le potenzialità del metodo?
    Non lo so. Però oggi leggendo il tuo blog, mi è tornata la speranza di poter trovar una strada percorribile per riprovare a tentare.
    A quanto capisco, sebbene più giovane di me, vieni da un percorso analogico simile al mio, e soprattutto intono amichevole e incoraggiante che hai con tutti , mi ha spinto a scriverti per chiederti esplicitamente se pensi che comunque le tecniche di correzione colore che insegni con tanta passione possono veramente aiutarmi a diventare un FOTOGRAFO di Bianco e Nero migliore.
    Perché se è così non è di sicuro la tenacia e la voglia di mettermi in gioco che mi manca, però devo essere sicuro che è la strada giusta e che vale la pena impegnarmi a fondo.
    Grazie comunque della tua generosità e passione che traspare da quello che fai e che scrivi e che mi ha spinto ad approfittare della tua pazienza per esprimermi i mie pensieri e miei dubbi.
    Un Augurio di buon Anno e di buone immagini.

    P.S. Leggevo e leggo ancora le stesse riviste che hai citato tu ma non ho più i numeri così vecchi…..peccato

    1. Grazie mille del commento, Fabio – mi fa piacere leggere quello che scrivi e soprattutto il tuo percorso dall’analogico al digitale.
      Per quanto riguarda il PPW, questo flusso di lavoro è essenzialmente pensato per la fotografia a colori. Il secondo passaggio canonico dello stesso, quello relativo alla luminosità, ha però delle connessioni con il bianco e nero nella misura in cui il colore diventa irrilevante e si tende con esso a ottimizzare per l’appunto la luminosità. Alcune fusioni tra i canali, o addirittura la sostituzione in toto di alcuni canali con altri sono tecniche utilizzate abbastanza spesso nel contesto della fotografia digitale “in bianco e nero”; uso le virgolette perché, con l’unica eccezione (che io sappia) della Leica M Monochrome, le fotocamere digitali nascono a colori a causa della presenza del filtro di Bayer sul sensore. In questo senso la produzione di immagini in bianco e nero segue un flusso di lavoro diverso anche filosoficamente rispetto al passato: scattare a colori per stampare poi in bianco e nero era una prassi sconsigliabile, per diversi motivi, e di solito le immagini monocromatiche nascevano come tali. Ora è praticamente impossibile fare il contrario, e quindi dobbiamo in qualche modo cercare delle soluzioni alternative e funzionali.
      Una delle trattazioni più complete che io conosca sulla conversione in bianco e nero delle immagini digitali, soprattutto perché affronta gli argomenti in maniera molto generale, è contenuta nel libro di Margulis “Photoshop Professional 5th Edition”, in particolare nel capitolo “Keeping the Color in Black and White”. In generale tutto si basa sulla scelta del canale migliore per rappresentare ciò che abbiamo in mente, scelta seguita da fusioni più o meno complesse volte a ottimizzare la resa delle parti salienti della fotografia. In realtà molte di queste tecniche sono mutuate almeno indirettamente proprio dal mondo della fotografia analogica: chiunque abbia scattato in bianco e nero su pellicola sa, ad esempio, che per enfatizzare il cielo in un paesaggio si utilizzava un filtro giallo o un filtro rosso, a seconda dell’intensità dell’effetto desiderato. Questo è esattamente ciò che si fa quando si utilizza come punto di partenza il canale del rosso per una conversione; perlomeno per quanto riguarda il cielo, che si può facilmente isolare dal resto con opportuni metodi di fusione.
      Le tecniche che abbiamo a disposizione in digitale sono in realtà più potenti di quelle che avevamo a disposizione prima dell’avvento del digitale stesso, perché ci consentono elaborazioni che sarebbero state di fatto impossibili da fare in camera oscura – o che avrebbero richiesto un enorme sforzo produttivo. Resta il fatto che spesso si rimpiange, come tu scrivi, una certa morbidezza della scala di grigi, che sembra eludere le nuove tecniche. Mi viene in mente però la mostra che ho visto qualche mese fa a Busto Arsizio nel contesto del 3° Festival Fotografico Italiano dove ho tenuto anche un workshop: le stampe fine-art in bianco e nero di fotografi come Elio e Stefano Ciol (quest’ultimo, tra l’altro, mio graditissimo studente in uno dei CCC del 2012) e di Franco Donaggio facevano letteralmente impressione per ricchezza tonale e di dettaglio. Certamente aiuta la cura estrema messa in ciascuna stampa, certamente anche l’allestimento perfettamente curato: ma una buona foto, con una buona stampa, è e rimane una buona foto stampata bene. Io non mi considero un esperto di stampa fine-art, e se la cosa ti interessa ti suggerirei di seguire qualche corso tenuto da chi davvero è un’autorità nel settore (penso, ad esempio, al corso di Alberto Maccaferri proposto poco tempo fa da FineArtClub, senza naturalmente nulla togliere a nessuno perché le persone esperte e brave sono davvero molte). Attenzione però: il problema è per me su due livelli. Il primo è legato a come ottenere un certo risultato nella propria immagine, in termini di gamma tonale, contrasto e via dicendo; il secondo è invece legato a come tradurre questo risultato coerentemente in una stampa su carta. Il secondo di questi step è molto più legato a operazioni di profilazione dei dispositivi e in generale di gestione del colore di quanto non sia il primo, e quindi comprendi che abbiamo a che fare con un campo davvero molto ampio.
      In ogni caso la tua risposta mi ha fatto pensare all’opportunità di scrivere alcune considerazioni, in futuro, relative proprio al bianco e nero, dove ci sono tecniche codificate e solide seguite da mille varianti che sono invece molto personali e dipendono da chi esegue il lavoro.
      Spero intanto che queste poche idee ti possano dare almeno un’indirizzo in cui guardare – e grazie ancora per il tuo input e i commenti!

  18. Ciao Marco, ci siamo incrociati per alcune ore dopo la mia esperienza in classe con Dan Margulis giù a Reggello, ora debbo complimentarmi per questo racconto “basato su una storia vera” 😉
    Mi è piaciuta la parte in cui parli della Silicon Graphics, in quanto posso definirmi un “collezionista” per tale marchio e dovunque venga pensionato un modello, io cerco di offrirgli una nuova casa…
    Buon 2013 ricco di soddisfazioni!

  19. Che bellezza questo tuo racconto Marco, ho pochi anni più di te e dagli anni settanta ho cominciato a mangiare pane, fotografia e…Van der Graaf…
    Quante affinità elettive perBacco: Tutti Fotografi, il Durst 601 con cui sostenevo lotte furibonde contro le dominanti incrociate date dal temibilissimo Cibachorme che, benchè dovutamente neutralizzato, riusciva lo stesso a fondere gli scarichi in piombo di improvvisate camere oscure. In un cassetto ho ancora un paio di velenosissimi grammi di mercurio con cui si celebrava (TF docet) un cagliostrano rito alchemico denominato Latensificazione…
    E che dire della musica, il tuo cognome l’ho visto, per la prima volta, su quel gigantesco ed eccellente lavoro di traduzione dei testi dei Vander di svariati anni orsono: pensa che il mio stravedere per il buon Peter Hammill mi ha portato ad andare, come un pellegrino, a casa sua, scoprendone l’indirizzo in loco dopo aver rovistato come un segugio sugli inside dei dischi… Per contro, se la mia altalenante memoria non mi inganna, mi sembra anche di averti visto ed ascoltato in una eccellente performance canora, sempre sui testi di Peter, dalle parti di Verona o qualcosa del genere…
    Ora ti ritrovo maestro di questo terribile ginepraio chiamato gestione e correzione del colore nel digitale, da principio pensavo ad una omonimia: ma come diavolo si fa ad essere così eclettici?!?!?
    Chiudo con un salutone complimentandomi sino allo sfinimento per la tua grandissima energia…che sia tu il Man-Erg di cui suonavano i Nostri? 🙂
    Alesssandro Rovelli

    1. Alessandro, sembra che il mondo sia davvero piccolo…
      Sì, a Verona (a Lugagnano di Sona, in realtà) ero io, se ci riferiamo allo stesso concerto: inizio estate 2005 con Tony Pagliuca, Tolo Marton, David Jackson e Nic Potter. Credo che sia stato il concerto meno provato della storia: due passaggi dei brani in una sala di Mestre il giorno prima, e poi via. Bellissimo ricordo, per inciso. I due brani, nel caso, erano “Darkness (11/11)” e “Killer”. La vera cosa indimenticabile è che David e Nic suonarono per la prima volta assieme quella sera dopo un numero inverosimile di anni: diciotto, se non ricordo male. Io salii la scaletta del palco con il primo davanti e il secondo dietro, e fu totalmente irreale anche perché quando annunciarono il nome di Nic, che era stato tenuto nascosto e che solo pochi die-hard avevano riconosciuto, scoppiò il finimondo. Ricordo solo flash per quindici secondi, davvero. E poi il buio, e Tony piegato sul suo synth che iniziava il brano. My God.
      Non so se sono eclettico, ma… sono curioso, questo è sicuro. Il vero cruccio è che avendo (probabilmente) passato la metà della vita non penso di avere fatto neppure il 10% delle cose che avrei voluto fare, quindi cerco di farne diverse – meglio che posso.
      E grazie per avere riportato alla luce la latensificazione, che avevo quasi scordato. Si faceva in due modi, chimico o con un’esposizione alla luce (controllata) prima dello sviluppo. Ed era, ovviamente, una roulette russa.
      Grazie davvero del ricordo, buone cose e a presto!

  20. Pingback: Marco Olivotto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *