Due fotografi, una sola memoria

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Questo articolo non parla di tecnica né di post-produzione: medito di scriverlo da qualche giorno e ora mi sento di farlo. Vorrei pagare un piccolo tributo alla memoria di un fotografo importante. Anzi, due: benché forse non siano così noti alla massa. Inizio dal primo.

Dino

Si chiamava Dino Panato, era di Trento ed è mancato pochi giorni fa a sessantotto anni. Non voglio fare torto a nessuno, ma i “miei” fotografi della mia terra, nel mio scorcio di vita, sono stati due: Dino, appunto; e Flavio Faganello. Mi verrebbe da dire che Dino era un fotografo di reportage e Flavio un paesaggista – ma sarebbe riduttivo: hanno fotografato soggetti diversi spinti dal medesimo intento, nonostante fossero su poli quasi opposti. Il loro sforzo, forse inconscio, è stato quello di tracciare un profilo di paesaggio, interiore o esteriore, individuale o sociale che fosse. Entrambi hanno centrato perfettamente il bersaglio.

Dino Panato (da Facebook)
Dino Panato

Eccolo qua, Dino: gli ridevano anche i baffi, ma quando indossava l’espressione arcigna veniva voglia di scappare. Per fortuna, accadeva di rado. Personalmente ho un solo rammarico: non averlo frequentato, se non in maniera del tutto occasionale. Tra noi era “Ciao!”, “Ciao!”, come troppo spesso accade. Eppure una memoria da raccontare ce l’ho, e credo che riveli molto dell’uomo.

Quando ero ragazzo vivevo nell’appartamento dei miei genitori. Il soggiorno dava su una terrazza molto grande al primo piano: il regno di King, il pastore tedesco di casa. Un giorno, passando per caso davanti alla finestra, scorsi un’ombra all’esterno: scostai la tenda e rimasi allibito vedendo un tizio intento a fotografare qualcosa, tranquillamente appoggiato alla ringhiera a tre metri e mezzo da terra (e come c’era arrivato, di grazia?), con il mio cane che lo guardava tranquillo, seduto a poca distanza.

Apro la finestra.
“El me scusa, eh…?”
Mi esce un tono leggermente inquisitorio. Il fotografo si gira e risponde.
“Ooh! Scùseme ti! G’ho da fotografar el supermercà, da chi el vègn benon!”
Baffi, sorriso. “Questo l’è màt”, penso.

Il dialetto, credo, si spiega da solo. Il fotografo si girò e continuò imperterrito a fare fotografie. Credo che alla fine lo invitammo in casa per un caffè, ma ero rimasto allibito nonostante la sua spiegazione assolutamente sensata.

Quel giorno accaddero due cose: incontrai Dino Panato per la prima volta e persi ogni fiducia nelle capacità di King di vigilare sulla nostra proprietà. Gli avrebbe tenuto l’esposimetro con la coda, se glielo avesse chiesto. Un cane inutile.

Com’era arrivato lassù, Dino? Semplice: scala a pioli. Certo, certo, palese violazione di proprietà privata, da denuncia, echeccazz, direbbero i benpensanti aggrappati al loro piccolo lotto di terra. Ma lo scatto giusto era lì, chettifrega della proprietà privata? Perché uno scatto giusto è sacro, e il sacro non sa nulla di proprietà. Benissimo così, mi viene da dire. A me piacque un sacco, questo è certo.

Non sapevo che Dino fosse malato: la notizia della sua scomparsa mi ha colto di sorpresa e lasciato un retrogusto amaro. Sono andato a spulciare la sua pagina Facebook, dalla quale ho vergognosamente rubato la foto inserita in questo articolo. E su Facebook ho trovato un suo sfogo, del quale vorrei riportare l’ultima parte, perché ne vale la pena.

Per dare una dimensione del mio archivio (non ancora tutto digitalizzato) va ricordato che dal 1981 lavoro, prima in Alto Adige e poi in Trentino. Tutti i giorni o io, o un mio collaboratore abbiamo fotografato tutto ciò che accadeva. Vale a dire 13.140 giorni. Come me, anche altri fotografi in Trentino e in Italia. A questo vanno aggiunte le 50.000 partite di serie A e B, Olimpiadi, Mondiali, Champions eccetera. Ora quando vedo che su libri, giornali e nel web questa “fatica” non viene riconosciuta, non si cita il nome di quel povero scemo che ha fatto tutto questo lavoro, mi salta una rabbia indescrivibile. Se poi pensiamo che gli archivi (parlo in Italia e specialmente in Trentino) non sono considerati, mi arrabbio ancora maggiormente. Non so se i miei figli saranno d’accordo, ma io ho un grande sogno, e spero mi aiutino ad esaudirlo. Vorrei prenotare uno spazio pubblico e pagare l’occupazione, penso a piazza Duomo. Far arrivare i pompieri, per la sicurezza, un contenitore come quelli che trasportano il materiale dell’edilizia da smaltire, fare una conferenza stampa, gettare all’interno tutti i negativi, le diapositive, i dischi rigidi. Una bella tanica di benzina e dargli fuoco. Tanto tutto il lavoro che sta dietro alla professione del fotografo, tutto il patrimonio storico, culturale, che contiene, non interessa a nessuno. Alle istituzioni e nemmeno a tutte quelle persone che pubblicano le “nostre” foto senza menzionare chi ha fatto tutto questo lavoro. Quando accadrà sarà mia premura informare tutti.

Questo scritto risale all’11 ottobre 2017: pochi mesi fa, in pratica. Attuale, vibrante: affronta un problema reale che ha anche ricadute assai pratiche – ad esempio economiche. La provocazione di bruciare tutto è enorme: perché quello di Dino è un vero archivio, non una collezione di fotografie scattate a casaccio come troppe se ne vedono. Un archivio, se è un archivio vero, è una memoria che deve diventare patrimonio collettivo. Chi volesse farsi un’idea, può dare un’occhiata qui. Attenzione però: ci sono quasi settecentomila foto online. Sì, settecentomila. Qualcuno ha pensato mai al termine “Storia”?

Riassunto: “vorrei bruciare tutto, e vorrei che mi guardaste mentre lo faccio, in barba alle istituzioni che ignorano il valore di ciò che ho realizzato.” Non so a voi, ma a me dà i brividi. È molto più che una sconfitta.

Pino

Ora giro pagina, perché un ritrovamento s’intreccia a questa perdita, in risonanza. Lo stesso giorno della scomparsa di Dino, ricevo un messaggio da una persona a me sconosciuta. Pino De Filippis è il suo nome, e mi chiede lumi su una certa cosa da me affermata in uno dei videocorsi realizzati per Teacher-in-a-Box. Come sempre, rispondo meglio che posso. Noto un velo di altri tempi, quasi, nel suo scrivere: una cortesia, una nobiltà sottile e reale. Scoprirò poi perché: è un fotografo del quale non rivelerò l’età precisa, ma che naviga oltre gli 80 pur restando distante dai 90. E mi scrive una frase che fa pensare, assai:

Ho fotografato sempre con l’analogico. Con l’avvento del digitale ho dovuto “studiare”… Ma c’è l’ho fatta, almeno per le piccole cose che servono a me. Ho frequentato dei brevi corsi qui a Roma e mi hanno aiutato persone gentili come te. Fotografo per una rivista romana, piccola ma prestigiosa per età (la pubblichiamo da 54 anni) e per le firme che ci onorano della loro collaborazione (Lazio ieri e oggi). Mi dedico alle cose che ci servono: chiese, interni, palazzi.

“Ho dovuto studiare.” Non è incredibile, in un tempo in cui anche chi non sa nulla insegna? “Mi dedico alle cose che ci servono.” L’italiano è semplice, a volte, non lascia scampo. Che verbo trascurato, dedicarsi.

Pino, Giuseppe all’anagrafe, dopo una breve risposta si offre d’inviarmi un numero della “sua” rivista, che ha per titolo “Lazio ieri e oggi” ed è pubblicata da Edilazio. Oggi una postina suona: “raccomandata…”. Firmo e dopo essere rientrato in casa apro la busta. Una rivista e un foglietto di carta, scritto a mano. La prima parola è “Gentile”, l’ultima è “Cordialmente”. Ah, il tempo che ci ha sorpassati – aveva un valore un tempo, forse, in parole?

Mi fermo già alla copertina, perché certe cose si vedono subito: mioddio, c’è una fotografia della romana Torre di Ninfa… ma non una semplice foto, intendo – una foto vera. La composizione perfetta, curata, la post-produzione pensata, mai esagerata, la maschera di contrasto che enfatizza nel modo giusto la stampa. Ombre profonde ma leggibili, luci esemplari. Il garbo, l’equilibrio: lo sguardo del fotografo che restituisce la sua visione della scena, certo, individuale e personale – ma visto che è una visione serena e amorevole del luogo, perché no? Non vedo una fotografia: nella fotografia vedo la Torre. Tanto mi basta.

Sfoglio. Molte foto, la maggioranza, vengono dall’archivio di Pino. Sono composte, ieratiche, descrittive, raccontano un luogo e la sua storia, riuscendo nella non facile impresa di fermare davvero il tempo, anche quando usano con sapienza il mosso per mostrare un movimento fisico. Ecco: vengono da un archivio, lo stesso genere di raccolta che Dino Panato voleva bruciare in Piazza Duomo. Che non è più, forse, una Piazza D’Uomo: perché il problema alla fine sta lì, a ben guardare.

Toccante vedere una risposta alla volgarità imperante delle immagini post-prodotte tanto per fare, alla corsa ai colori più sparati, alle modelle più fluidificate, all’eccesso a tutti i costi. Eccesso, quando tutto dovrebbe invece essere sguardo sul panorama – esteriore o interiore che sia. Anche un volto è un panorama, anche un oggetto, a modo suo. E un panorama a sua volta è in qualche maniera un frammento di corpo, naturale o modificato dall’uomo. Partecipo, talvolta senza averlo scelto, a diversi gruppi: elaborazioni fotografiche, arte digitale, chi più ne ha più ne metta. Alcune cose, sì, sono assai interessanti. Ma vedo troppo spesso decine di livelli di pattume inguardabile, la corsa al metodo di fusione che fa più figo, la discussione sul raggio di sfocatura delle alte luci in grado di rovinare del tutto quello che sarebbe stato uno scatto dignitoso. E soprattutto: “come posso copiare questo stile? quale preset?” Il tuo preset, dilettante o professionista che tu sia, e pure quello non è la tavola della legge. Non renderti ridicolo, c’è già abbastanza macello in giro, non solo in ambito fotografico. Sii te stesso: more like me, less like you – dovrebbe essere anche il tuo motto. E invece?

Via i peli. Via i nei. Via le rughe. Via le asimmetrie. Via anche la pelle, liscia come PVC. Seni straboccanti che ingaggiano un’eterna e impossibile gara con i glutei per il predominio sull’attenzione: ogni soggetto oggettivato, il corpo femminile in primis, reso inutile, vano. Francamente, non se ne può più. Io, perlomeno, non ne posso più. A ventieuro. In TFP. In TFCD. In-sulse immagini.

Sensibilità anoressica

“Ma come, proprio tu che hai insegnato tecniche estreme come il PPW?” Certo: ma parlavo di avvicinare l’immagine a un’idea di percepito, non di spingerla all’assurdità completa; o di farne una rivisitazione artistica, non di rivestire una pantegana con gli strass per farla splendere – pantegana resta comunque. Se ho spinto, è stato solo a scopo didattico, per mostrare in maniera palese quali variazioni si potessero sfruttare. Ma poi, alla fine, quei livelli estremi precipitavano al 20% di opacità, anche meno. E tutti felici.

Lo stiamo vedendo ovunque, nella musica come nell’immagine: aborti fotografici realizzati male che prendono ventimila simboli di gradimento sui social di moda quest’anno (l’anno prossimo chissà, forse dipenderà dalle fughe di dati sensibili?), docenti con migliaia di followers che scrivono cose prive di senso, come se le basi scientifiche delle immagini digitali fossero un’opinione. Mi chiedo se il gusto per tutto questo sia lo stesso che fa apprezzare a milioni di persone un personaggio che canta sotto uno pseudonimo che inizia con “Young”. Qui non c’è però nulla di giovane, a ben guardare: se ci pieghiamo a questo, siamo vecchi nel modo di vedere e di sentire – di percepire, in generale; di pensare, perché è la stessa vecchia minestra ribollita, quella che stiamo servendo e mangiando. Ci trapassa una sensibilità appiattita, anoressica o quasi. E il peggio è che crediamo che sia un piatto nuovo, che invece ha un nome e continua a essere semplice volgarità. Senza cultura alcuna dell’immagine, senza un minimo di senso critico, di garbo, di pietà.

Mi bruciano gli occhi, a vedere certe cose. Liberissimi tutti di guardarle, ma io vorrei pulirmi lo sguardo almeno una volta tanto. Ringrazio che restino (forse…) i lavori di fotografi come Dino, del quale Trento sentirà la mancanza acuta – forse senza ammetterlo mai; e di fotografi come Pino, al quale auguro di poter “studiare”, come ha scritto a me, ancora per cento anni. La loro visione è fresca, assai più di quella dei PHotographers inondati di modelle da fluidificare e gonfiare come bambole, trafitti da tramonti nucleari in zona Lago di Garda, che sentenziano che passeranno presto a mirrorless, perché, hey, ci vuole sempre una macchina all’ultimo grido, e vuoi anche mettere? tu, troglodita con specchietto e pentaprisma. Nel frattempo le bambole, ahimè, non dicono nulla, e le bombe radono al suolo. Le mirrorless non riflettono nulla, se non lo sguardo di chi le usa – se mai c’è. È nella loro natura.

Prima che sia tardi, recuperiamo un po’ di misura, non dimentichiamo che esiste, può esistere uno sguardo sul mondo ansioso di raccontare e non di distorcere a caso ciò che ci circonda. E pensiamoci, almeno pensiamoci agli archivi che qualcuno, stufandosi definitivamente di soffrire per questo sfascio, potrebbe decidere di bruciare: dando fuoco a se stesso e alla sua memoria, in ultima analisi.

Si torni a fotografare, almeno un po’, senza sentenze preconcette, senza eccessi. Ché esiste, là fuori, un mondo la cui immagine grida per essere preservata (lo sfregio, ah, lo sfregio dei quartieri periferici della mia città, dalla mia finestra, cancri sulle pendici della montagna, e io che ricordo quando non c’erano, ma non ho memoria quale aspetto avesse allora la montagna), nella speranza che si preservi anche un po’ di noi. Che mai come ora, credo, ne avremmo bisogno.

Grazie Dino per tutto ciò che hai fatto; grazie Pino che lo stai facendo ancora. E grazie a tutti coloro che in silenzio, con strenua volontà, continuano a farlo, in barba ai barbari del pulsante di scatto e del plug-in.

15 commenti su “Due fotografi, una sola memoria”

  1. Che dire Marco, ho letto e riletto questo tuo pezzo e lo trovo di una bellezza assoluta. Ho 76 anni e anch’io ho riempito chilometri di Tri-X e annusato quantità industriali di iposolfito e di idrochinone. Passando al digitale (perché non mi ha mai sfiorato l’idea di abbandonare tutto) anch’io ho dovuto studiare, e la luce giallo/verde o rossa adesso è stata sostituita dal monitor di un PC. Mi è rimasto l’entusiasmo, la mai sopita curiosità e la voglia di andare avanti. Perché amare la fotografia significa un po’ amare la vita.

    1. Grazie Cesare… anche se sono più giovane, ho lavorato con la pellicola da quando ero bambino, in camera oscura; anche a colori. Quel processo faceva capire molto bene cosa ci fosse sotto – oggi è più facile improvvisare. E so bene cosa intendi. Non rimpiango il passato, ma non voglio neppure dimenticarlo in favore del “nuovo che avanza”, che non necessariamente è migliore ma semplicemente diverso.

      A presto!
      MO

  2. Vero. Il digitale è diverso dall’analogico, non è migliore o peggiore. Però la nostalgia della pellicola…
    Bisogna guardare avanti. Come recita il detto? È il progresso bellezza!

  3. Grazie, Marco, per le belle parole che hai avuto per me. Ma grazie, soprattutto, per averlo fatto con lo stesso testo con il quale ricordavi il tuo amico: mi onora e mi commuove questo accostamento. Un caro saluto.

  4. Grazie Marco, è sempre un piacere leggerti per sapere che c’è sempre qualcuno che non ha perso i contatti con la realtà del quotidiano. Nel tourbillon del quotidiano “social” ci si smarrisce facilmente. Solo una base umanistica -culturale solida ed un lavoro di critica attenta, ci permette di discernere gli eccessi di parolai millantatori che si incontrano negli spazi virtuali.

  5. Meno male che ci sei tu Marco che ci porti coi piedi per terra. La velocità di tutti i giorni, dei social ci distraggono da una attenta analisi della fotografia e dal siderale distacco dalla cultura dell’immagine.
    Hai detto bene, la cultura dell’immagine che si crea e si sviluppa osservando e studiando con il tempo necessario per imparare!

    Ti leggo sempre molto volentieri!

  6. La tua sensibilità descrittiva ti contraddistingue come sempre al meglio, fuori dai luoghi comuni dove ormai si è perso quello che tu dici la cultura dell’immagine, ma haimè non solo dell’immagine ma del sentire le cose attorno a noi. La capacità di osservare cose per le quali spesso vengono ignorate perchè ritenute “ordinarie” ma che ordinarie non sono se soltanto si possedesse la capacità di una visione intelligente e sensibile. La “cultura” non so più dove abita. Ed è così che si prova piacere a leggerti.

    1. Grazie, Giuseppe. Sensibilità o no, credo, basterebbe forse un po’ di ragionevolezza nell’affrontare le cose. Non perché si debba raggiungere a tutti i costi un’eccellenza, ma perché senza una visione – a mio avviso – non si va molto in là: né nella fotografia, né in altro.

      Un caro saluto,
      MO

  7. Ho avuto l’onore e il piacere di lavorare fianco a fianco con Dino, sono ricordi bellissimi che rimarranno per sempre nel mio cuore.
    cristiano martelli

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