La risoluzione per analfabeti: e poi che sia finita

 

Andiamo diritti al punto. Ho contato le piastrelle del soggiorno: sono 11 lungo un lato e 13 lungo l’altro. In totale, 11 x 13, ovvero 143. Ho deciso di porre in palio €1.000.000 per chiunque sia in grado, usando esclusivamente questi dati, di dirmi quanto misura la superficie della stanza in metri quadrati. Avete letto bene: un milione di Euro. Ve li regalo.

Certo, sto facendo lo strillone come tanti blogger rampanti che si occupano di grafica. Vi ho incuriositi, vero? No, non è per vendervi i miei tutorial, ma per farvi andare avanti. Così forse si arriverà in fondo a questa cosa, una volta per tutte, e magari 100 persone in più inizieranno a capire una faccenda che ormai puzza per quanto è rimasticata e male interpretata. Questa benedetta risoluzione, questi idiotissimi PPI, questi insopportabili DPI. Siccome le spiegazioni tecniche non interessano più a nessuno, proviamo in altro modo. Appello:

Tu! Ehi, tu! Giovane creativo con software illegali! Giovane fotografo innamorato di paesaggi psichedelici e fagiana! Io te parlare semplice così tu capire. Tu arrogante, saccente, che aprire blog per insegnare a tuoi simili! Tu che non conoscere ortografia! Tu che inventare grammatica! Tu che no spik inglisch! Tu avere diritto di restare ignorante, craccare software, fotografare fagiana e post-produrre male: io provare dolore, ma tu avere diritto. Ma tu non avere nessun diritto di insegnare tua ignoranza a tuoi simili, né di offendere mia intelligenza. Se tu insistere fare questo, io usare mio strumento segreto, che mio Photoshop di Neanderthal avere, e tuo no: strumento Clava. Io prendere strumento Clava e abbassare su tua zucca. Dopo rimbombo dovuto a vuoto, tua zucca fare molto male. In zucca aperta, però, entrare scienza e tu iniziare capire. Se tu desiderare capire senza clava, leggere seguito. Grazie.

Dal punto di vista del milione di Euro promesso, i miei sonni sono tranquilli e la mia banca è più tranquilla di loro: nessuno vincerà mai questo premio, perché a questa domanda non si può rispondere. Le piastrelle sono oggetti: posso contarli, ma non posso calcolare la dimensione della stanza – fino a che non so che una piastrella è, ad esempio, quadrata e ha 25 cm di lato. A quel punto il problema è banale. Ma fissiamo un concetto di base: un oggetto non è una misura, mai.

Qualcuno potrebbe obiettare: giusto, ma se affermiamo a priori che le piastrelle sono quadrate e hanno il lato di 25 cm, di fatto usiamo un oggetto come unità di misura. Vero, ma una misura, nascosta da qualche parte, esiste. Sapete quale parametro utilizzerei? Lo invento qui, su due piedi: il ppm. Ovvero, piastrelle per metro. Ha un nome, preciso: si chiama densità lineare di piastrelle. Risponde alla domanda: quante piastrelle stanno in un metro? Vediamo: un metro ha 100 cm, una piastrella è 25 cm, quindi ne servono esattamente quattro per costruire un metro lineare di pavimento: 100 / 25 = 4. Meraviglioso: ho un pavimento da 4 ppm. Sono felice: se voglio, posso calcolare l’area della stanza, senza problemi. Posso perché finalmente ho una misura.

Ho anche un monitor, sulla scrivania dello studio. A dire il vero ne ho diversi: il mio EIZO, il monitor del MacBook Pro, e a ben guardare anche quello dell’iPhone, oltre al televisore. Anche un iPad, da qualche parte. Hanno tutti dimensioni fisiche diverse. Ciascuno di essi è composto da pixel, in quantità variabile. Un monitor è come una stanza, i pixel sono come piastrelle. Posso contarli, e se con un righello misuro le dimensioni del monitor riesco a calcolare la dimensione di ciascun pixel – sono tutti grandi uguali, naturalmente, come le piastrelle. Posso anche calcolare quanti pixel servono per fare un metro, un centimetro o un pollice lineare di monitor: l’unità la decido io, come mi è comodo.

Oggi mi sento esotico, anzi britannico: e scelgo il pollice – inch. Un pollice corrisponde a 2,54 centimetri, è un’unità come un’altra. Faccio il conto e scopro che il mio monitor ha una densità di 94 piastrelle, scusate, pixel per pollice. M’invento una nuova unità di misura, e la chiamo PPI: Pixel per inch, pixel per pollice. Scrivo: 94 PPI. Misuro per curiosità anche quella del mio iPhone: 401 PPI. Ma però, quanti pixel impacchettati assieme, devono essere piccini… notevole.

Insomma: ogni dispositivo ha un numero che caratterizza la dimensione dei suoi pixel. Potremmo anche specificare la dimensione reale dei pixel, sarebbe solo un altro modo di esprimere lo stesso concetto. Ma i PPI sono comodi, e li usiamo.

Ora, apriamo un’immagine in Photoshop. Il programma ha un menu che si chiama Immagine. Una delle voci si chiama Dimensione immagine. Se la selezioniamo, si apre una finestra:

Leggiamo bene dall’alto. C’è un peso espresso in MB – non c’interessa molto. Ci sono delle dimensioni espresse in px, che significa pixel: indicano che questa immagine ha 2480 px in larghezza e 3.508 in altezza. Sotto ci sono tre voci: la larghezza e l’altezza espresse in centimetri (o nell’unità che scegliamo noi dal menu) e la cosiddetta risoluzione, espressa in pixel/pollice. Ovvero, i nostri PPI. Mannaggia a loro: le hanno dato lo stesso nome di quella del monitor. E anche lo stesso simbolo. Quindi dev’essere la stessa cosa, no?

Sarò diplomatico, userò una sola parola.

Mi spiace, non è la stessa cosa. Cosa significa, dunque? Significa che se prendiamo quell’immagine e la rappresentiamo su un dispositivo che abbia una risoluzione fisica di 300 PPI, la vedremo grande 21 x 29,7 cm. “Ehi, aspetta però: il mio iPhone ha 401 PPI…” Benissimo. Cambiamo il numero nella casella denominata Risoluzione (senza che la casella Ricampiona sia attiva) e larghezza e altezza cambieranno, ma NON il numero di pixel.

“Un attimo… il mio iPhone non è largo 16 x 23 centimetri, l’immagine non ci sta.” Giusto: verrà semmai ridimensionata al momento della visualizzazione – quello è un altro discorso. Ma se ipotizziamo di avere un dispositivo abbastanza grande con una risoluzione di 401 PPI, la dimensione dell’immagine sarà quella che si vede nelle caselle: 15,71 x 22,22 cm. Se si fa ancora fatica a capire, abbiamo semplicemente realizzato un pavimento con lo stesso numero di piastrelle di prima, ma più piccole, e i lati sono più corti.

Dove sta la difficoltà? Nel fatto che chiamiamo “risoluzione” una cosa che non lo è. Nel caso del file, non c’è nessuna risoluzione reale, perché i dati dell’immagine non sono oggetti reali. Sono numeri, che hanno bisogno di un monitor per essere rappresentati.
In ogni pixel fisico vengono accesi i sub-pixel in base a ciò che l’immagine richiede: un dato dell’immagine, un pixel – sempre se rappresentiamo al 100% di scala.  Il monitor ha pixel, i pixel sono oggetti reali, dalla dimensione che hanno dipende quella dell’immagine che vedremo. Non è difficile, vero?

Per questo motivo, una volta per sempre: il parametro denominato PPI non influenza in alcun modo, ripeto, non influenza in alcun modo la rappresentazione a monitor di un’immagine. Serve solo per prevedere la dimensione in uscita, perché i pixel sono oggetti (come le piastrelle), non sono un’unità di misura sottomultipla del metro o qualcosa del genere.

Ora, quel parametro così mal definito, viene sempre scritto con la sigla DPI. Si tratta di un’altra colossale confusione: DPI sta per Dots per inch, dove la parola “dot” indica il punto d’inchiostro che una stampante deposita sulla carta. La trafila è la stessa: quanto è grande il punto? Quanti punti stanno in un pollice? E via così.

Quel parametro indica come una stampante è in grado di lavorare, ma non indica nulla, assolutamente nulla di relativo a un file. Una stampante può stampare a 360 DPI, oppure a 720 DPI, o ancora a 1.440 DPI, 2.880 DPI… a seconda della qualità su cui la impostiamo. Cosa c’entra con un file? NIENTE. Un file non ha DPI: ha solo PPI, e questi non sono altro che un fattore di scala. Non influenzano in alcun modo la qualità dell’immagine, che dipende solo dal numero di pixel.

Dire che mandiamo in stampa il file a 300 DPI è affermare un’assurdità. Intendiamo, semmai: 300 PPI. La stampa avrà i DPI che ha, a seconda del modello e del tipo di stampante, di come la imposteremo. Fine. Per pura curiosità, di solito si considera “qualità fotografica” per una stampante a getto d’inchiostro una risoluzione da 1.440 DPI in su. Altro che 300 DPI per la stampa perfetta. E il secondo DPI, quello dei 300 per capirsi, è proprio una sigla sbagliata. Non significa: NIENTE.

Dire che 300 PPI, ora che forse abbiamo capito la sigla, sono necessari per la stampa mentre per il Web bastano 72 PPI, significa non avere ancora capito nulla. La prima affermazione è assurda finché non diciamo quanto grande dev’essere la stampa. La seconda è errata perché sul Web una terna RGB viene rappresentata in un pixel, e quel pixel sarà grande quanto sarà grande, a seconda del dispositivo.

300 x 300 px su un monitor EIZO e 300 x 300 px su un iPhone sono la stessa quantità di pixel: solo che sul primo appariranno più grandi, sul secondo più piccoli. Il parametro scritto nel file viene ignorato, perché non c’è conversione alcuna in unità lineari.

Provate: aprite un’immagine qualsiasi e impostate la risoluzione che volete, senza ridimensionare nulla (ricampionare, è il termine tecnico). Salvatela. Duplicate l’immagine e modificatene la risoluzione, sempre senza ricampionare. Salvatela. Aprite le due immagini in un browser qualsiasi. Dove sono le differenze? Un’immagine con scritto dentro “300 PPI” ha gli stessi dati di una sua copia con scritto dentro “1 PPI”. Quindi, la piantiamo?

Insomma, in sintesi:

  • PPI: in un dispositivo, indicano quanti pixel sono contenuti in un pollice lineare, ovvero la risoluzione del dispositivo.
  • PPI: in un file, indicano quanto grande sarà la riproduzione dell’immagine su un dispositivo con quella risoluzione. Non è un parametro che misura la qualità dell’immagine.
  • DPI: in una stampante, indicano quante gocce d’inchiostro sono contenute in un pollice lineare, ovvero la risoluzione di stampa.
  • PPI e DPI non sono in alcun modo connessi tra loro.

L’unico scopo dei PPI in un file è prevedere le dimensioni in uscita quando si utilizzano unità lineari: centimetri, metri, pollici, quel che volete. Servono, ad esempio, per sapere quanto spazio un’immagine (misurata in pixel) occuperò su una pagina in InDesign (misurata in centimetri). Basta, fine. E se in InDesign ridimensionate l’immagine? Cambiano i PPI. Possibile che diamo peso a un numero che è puramente informativo?

Esistono poi regole euristiche che suggeriscono quale valore di PPI sia opportuno per una stampa di certe dimensioni, ma la regola universale dei 300 PPI è errata: il valore dipende solo dalle dimensioni di stampa e dalla distanza dalla quale la osserveremo. Chi volesse approfondire può farlo qui.

E adesso, veramente, basta: non se ne può più, almeno l’ABC deve essere chiaro. Se si vuole continuare a ignorare le regole elementari della matematica (perché questo è), nessun problema: ma chi vuole farlo eviti per favore di insegnare cose sbagliate agli altri. Non interverrò mai più su questo argomento in pubblico o in privato perché è ormai nauseante oltre ogni limite. E siamo, davvero, prossimi all’analfabetismo tecnico, che alcuni si ostinano pure a insegnare senza alcuna vergogna. Temo che sia la prima volta della storia che analfabeti insegnano a scrivere ad altri analfabeti: e non promette bene, devo dire.

MO

16 pensieri su “La risoluzione per analfabeti: e poi che sia finita”

  1. Questo è vangelo: bisognerebbe tradurlo in tutte le lingue del mondo e portarlo a tutte le genti (al limite in punta di spada).

  2. Ti volevo ringraziare per le belle risate che mi hai fatto fare questa mattina!
    Ormai su questo argomento non ci rimane che buttarla sul ridere per non piangere… Nonostante tutti gli sforzi che puoi fare per far passare il concetto, prima o poi c’è qualcuno che ti chiede “a quanti DPI devo salvare le mie foto per il blog?” Per non parlare dei presunti esperti grafici poi che ti chiedono espressamente file con quello o quell’altro valore…

    1. Meno male che di qualcosa si ride… dal punto di vista professionale questa è solo la punta dell’iceberg.
      Ed è sempre il solito discorso: “la creatività prima di tutto”. Balle, gigantesche balle. Il miglior lavoro creativo stampato male per ignoranza tecnica diventa un disastro, non ci si scappa.

      Grazie!
      MO

  3. Sembra un argomento scontato e invece purtroppo non lo è. Non mi sorprende che qualche “esperto” su YouTube possa pensare di insegnare qualcosa facendo a meno di queste conoscenze, mi irrita profondamente ma c’è da aspettarselo nell’epoca dei social. Quello che oggi trovo ancora sconcertante è il numero degli addetti ai lavori che pensano di poterne fare a meno. Studi grafici, tipografie, persino fotografi professionisti che continuano a misurare la qualità con i MB. Siamo proprio in un mondo pazzo e ci si può sentire soli in un mondo così. Grazie Marco per alleviare la solitudine di chi almeno una volta nella vita ha misurato il monitor.

    1. Ma che bella considerazione. A dirla tutta, il mio post – e la chiara verve polemica che mi sono permesso di esternare – è nato da due eventi indipendenti. Il primo, l’ennesimo post zeppo di errori trovato su un sito rilanciato da un social: fuorviante, impreciso, sostanzialmente dannoso. Mi sono permesso di farlo osservare, ma senza ottenere risultati; scatenando anzi reazioni da parti opposte (non da chi aveva scritto l’articolo) che definire ignoranti sarebbe cortese. La soluzione che ho proposto, in un’escalation verbale, è stata di permettermi di editare il post per togliere almeno le cose più devianti – e così è stato. Almeno ora è corretto nella sostanza, anche se rimane poco leggibile. Il secondo, l’attacco ricevuto da uno dei grafici a cui mi riferisco nell’ “appello” di questo post. In sostanza traducibile con: “sei vecchio, non serve leggere nulla per essere creativi”. Oggi è facile, basta un clic per vedere il portfolio delle persone: e quello che ho visto mi ha fatto più pietà che schifo. Tra le varie cose, un tutorial con ingegnosi mezzi su come installare i software Adobe, naturalmente senza licenza. Questo è il pubblico che sentenzia, strepitando. E io non ci sto più. Di loro, onestamente, mi frega poco: ma questi sono i personaggi che i miei studenti, quelli bravi, che si fanno un percorso impeccabile, incontreranno. Questa è la feccia culturale dell’ambiente grafico e fotografico italiano, e lo dico senza paura di attirarmi antipatie – tanto so benissimo di essere già scomodo da un pezzo. “Professionisti” che lavorano senza partita IVA, vendendo i loro scarsi servizi a gente che ignora cosa sia la qualità: e incredibilmente, ci riescono. Vorrei vedere un filo di rinascimento, solo una traccia, ma sono sempre più convinto che non sia possibile. E allora che crolli pure tutto, così almeno si puliranno i canali dai residui e si ripartirà in qualche modo, da zero.

      Grazie, Andrea
      MO

  4. Il tuo soggiorno misura 23 mq.!
    Ho vinto qualche cosa?

    Articolo Definitivo, Paradigmatico, Illuminante.
    Complimenti Marco.

    Giovanni

  5. Una spiegazione definitiva, chiara, comprensibile, esaustiva.
    Da Suo “allievo” (tutti i video di Teacher in a Box, Know-How-Transfer, Photoshop LAB Color, tutorial vari, ecc..) da tempo mi rifiuto di dare in merito chiarimenti.
    Non parlo più con chi conoscendo tre angoli di un quadrato non sa, non vuole, o non è in grado di dedurne il quarto.
    Un ringraziamento e tanti Auguri.
    Sergio Monti
    P.S.: ma forse non conoscono neppure i primi tre angoli.

  6. Straordinaria provocazione intellettuale… leggerla è entusiasmante e l’entusiasmo non potrà mai essere abbattuto. Ha tutta la mia ammirazione.

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