Un’intervista a Dan Margulis

Dan Margulis (fotografia di Alessandro Bernardi)
Dan Margulis (fotografia di Alessandro Bernardi)

Ho avuto intenzione d’intervistare il mio maestro e amico Dan Margulis per diverso tempo, e all’inizio di aprile gli inviai una richiesta in tal senso. La sua risposta fu positiva, come mi aspettavo conoscendo la sua disponibilità; ma il diavolo ci mise la coda e così ho finito per mettere insieme le domande solo pochi giorni fa. Subito dopo me ne sono andato per una breve vacanza e le risposte sono arrivate mentre cercavo di abbronzarmi un po’ e contemporaneamente tenere d’occhio mio figlio, che ha sei anni: una contraddizione in termini, come potete ben comprendere. Eccovi quindi l’intervista con leggero ritardo, ma piena di risposte che fanno pensare e onesta come speravo che fosse. Piena anche del ben noto umorismo arguto di Dan, che non sembra mostrare alcun cedimento.

Quanto segue ha a che fare con il PPW, con il rapporto tra ACR/LR e PS, lo stato attuale della gestione del colore e argomenti limitrofi. Prima di iniziare, vi ricordo che il pannello del PPW non è compatibile (al tempo della stesura di questo post) con la più recente release di Photoshop (CC 2014), ma potete restare sintonizzati con gli aggiornamenti cliccando qui. Ulteriori informazioni sul PPW possono essere raccolte sul sito ufficiale dell’ultimo libro di Dan Margulis e anche sul sito Web italiano dove è disponibile il video-corso (in italiano) sul PPW.

Buona lettura, e un grazie di cuore a Dan!

1. Il tuo ultimo libro “Modern Photoshop Color Workflow” ruota attorno al PPW ed è stato pubblicato circa un anno fa. Hai avuto abbastanza feedback per giudicare l’apprezzamento del pubblico?

La risposta breve è che l’apprezzamento è stato buono, ma la domanda andrebbe un po’ espansa. In ordine di difficoltà crescente, le persone hanno accesso al pannello PPW e alle azioni, al flusso di lavoro PPW propriamente detto, e al libro.

Il pannello PPW, in gran parte sviluppato in Italia, è diventato estremamente popolare e non solo perché è gratuito. È difficile dire quante persone abbiano adottato in tutto o in parte il flusso di lavoro senza acquistare il libro, ma sembra che siano molte. Per quanto riguarda il libro in sé, la reazione che si trova spesso online è simile a quella relativa ai miei libri precedenti: i lettori lo trovano impegnativo, ma pensano anche che si tratti dell’analisi più approfondita disponibile nel campo.

La sorpresa più grossa è stata scoprire che ho molti più lettori e seguaci al di fuori della mia nazione che all’interno. Questo non è spiegabile con il fatto che il resto del mondo ha una popolazione più ampia di quella degli Stati Uniti. La maggior parte degli autori americani in questo campo vende la parte più rilevante dei propri libri negli USA. In molte nazioni estere, io rimango l’autore più seguito in tema di colore. Ma questo non è vero nella mia nazione.

2. Come ben sai c’è una diffusa tendenza a favorire Adobe Camera Raw rispetto alle “vecchie” regolazioni di Photoshop, e a volte si suggerisce l’utilizzo di Lightroom al posto di Photoshop quando il ritocco e il compositing non sono necessari. È vero che Lightroom offre possibilità di processare gruppi di files che sono difficili da implementare in Photoshop – per metterla in modo diplomatico – ma non penso che questo sia il motivo principale di questo spostamento. Cosa ne pensi?

Come la maggior parte dei miei lettori, mi interessano le spiegazioni del perché certi approcci sono migliori di altri. Non sono così interessato invece alle spiegazioni secondo cui un certo approccio dovrebbe essere usato perché è più nuovo di altri, e in particolare non mi interessa sentirmi dire che dovrei usarlo perché tutti quelli che vanno di moda già lo usano.

Nel capitolo 14 di “Modern Photoshop Color Workflow” delineo un metodo che sfrutta le capacità di questi moduli di sviluppo RAW di processare gruppi d’immagini. Il metodo suggerisce che prima di iniziare a lavorare su un gruppo di immagini RAW queste vengano aperte in più modi diversi. Con lo spazio disco e il tempo macchina ormai praticamente a costo zero non ci sono particolari controindicazioni a questo approccio, che anzi presenta molti vantaggi. Ad esempio, alcune immagini traggono beneficio dal recupero delle alte luci. Un altro esempio: sono recentemente rientrato da un viaggio nell’Isola di Terranova. Le condizioni di luce all’estremo Nord causano spesso dominanti bluastre, quindi ho processato un gruppo di immagini (su quattro sviluppi in totale) con un bilanciamento del bianco artificiosamente più caldo. A volte ho utilizzato quella versione e in caso contrario l’ho gettata via, così come ho fatto con la versione in cui avevo recuperato le alte luci. In questo modo, ho risparmiato tempo e ho avuto una qualità migliore che se avessi cercato di capire quale fosse la maniera ottimale di acquisire ciascuna immagine.

Lightroom a sua volta ha delle utili funzioni di catalogazione e archiviazione, ma per quanto riguarda la correzione del colore di base questi due moduli di Adobe non sono al livello di Photoshop – perlomeno non ancora.

3. Una delle discussioni più frequenti al FESPA che si è tenuto a Monaco di Baviera nel mese di maggio era leggermente schizofrenica. Da un lato, serpeggia una comune sfiducia che la gestione del colore sia la vera risposta ai problemi di stampa più comuni, e in particolare alle variazioni che avvengono in macchina. Dall’altro lato ci si lamenta che non sia stato ancora stabilito uno standard (come SWOP o FOGRA, per nominarne solo un paio) per la stampa digitale, mentre il “nuovo modo di stampare” sta velocemente prendendo piede. Come commenteresti questo fatto?

Quando venne suggerito che un’eccellente gestione del colore era in grado di curare il cancro, la gente ci credette. Quando venne annunciato che sarebbe anche stata la soluzione per il riscaldamento globale, alcune persone ci credettero, di nuovo. Ma quando venne annunciato che una buona gestione del colore avrebbe permesso alla squadra italiana di passare il turno al campionato mondiale di calcio questo fu troppo anche per i più creduloni, e la gente iniziò a farsi delle domande su cosa diavolo fosse tutta questa faccenda.

Un’importante organizzazione che stabilisce gli standard di stampa ha come motto “la variazione è la somma di tutte le variabili”. Questo è vero nella gestione del colore come nella stampa. Sappiamo tutti che certi stampatori sono meno affidabili di altri, e questo significa che dobbiamo aspettarci maggiore variazione nei lavori da loro prodotti. Dati due stampatori che nominalmente seguono le stesse specifiche, con la differenza che uno è noto per rispettare quelle specifiche e l’altro per il fatto che le sue condizioni di stampa variano su base giornaliera, solo una persona poco intelligente, o uno con cieca fiducia nella gestione del colore, insisterebbe a voler utilizzare lo stesso approccio per entrambi. Alcune tecniche massimizzano la possibilità di ottenere un risultato perfetto, mentre altre minimizzano la possibilità di ottenere qualcosa di veramente sbagliato.

Sul motivo per cui non sono stati ancora stabiliti degli standard, è una vecchia storia: “io faccio le regole, tu le applichi”. A me sembra che ci si aspetti che gli stampatori implementino lo standard, si facciano carico di educare il cliente, e poi si prendano pure la colpa se il cliente non è soddisfatto. La mia opinione è che se chiediamo agli stampatori di fare qualcosa che presenta solo costi e nessun beneficio per loro, preferirei chiedergli di essere responsabili della pulizia del mio ufficio, o di accertarsi che la mia automobile sia in grado di viaggiare senza problemi. In quel caso sarò io l’unico a essere seccato quando risponderanno “no”.

4. Quali direzioni pensi che dovremmo esplorare per portare la correzione del colore così come la conosciamo nel nuovo decennio? Tutto dipenderà alla fine da regolazioni più potenti e filtri che verranno eseguiti su computer più veloci o c’è qualcos’altro che dovremmo esplorare con gli strumenti che abbiamo ora a disposizione?

L’utilizzo dei personal computer per una correzione colore di buon livello risale a circa vent’anni fa. Come per molti giovani adulti, la maturità fisica è arrivata ma ci sono ancora nuovi ostacoli inaspettati, come l’avvento della fotografia con i telefoni cellulari, o la necessità di trattare sempre più immagini in un singolo progetto. La maggior parte dei giovani adulti non è immune alle tentazioni: potranno esserci importanti avanzamenti della tecnica, ma sono meno probabili che in passato. Nel frattempo, per ogni reale progresso ce ne saranno almeno altri dieci che non saranno veramente progressi ma che saranno propagandati come rivoluzionari; questo implicherà naturalmente che se noi non li utilizziamo siamo dei cavernicoli. Dipende dal giovane adulto separare il reale progresso dal marketing e da ciò che in realtà è fumo negli occhi.

Per queste ragioni, gli strumenti più importanti che abbiamo sono i nostri occhi e il nostro cervello.

5. Gli ultimi tre anni hanno visto la nascita di una comunità di utenti attorno alla correzione del colore, grazie agli sforzi riuniti di diverse persone che ben conosci. Io, ad esempio, sto cercando di introdurre i concetti della correzione del colore a livello di corso di laurea, perché la maggior parte delle persone non ne conosce ancora i principi di base. Che consiglio daresti ai giovani (e a quelli che si sentono giovani!) che vogliono diventare bravi in questo campo?

Che se fosse facile, tutti sarebbero in grado di farla; che se la tecnologia potesse farla, non ci sarebbe alcuna necessità di intervento umano; che innamorarsi delle immagini è pericoloso perché non sarete riamati; che alcune immagini non ci piacciono perché sono state corrette male, ma certe altre non ci piacciono perché non corrispondono al nostro gusto personale – e che la disgrazia cada su chi non sa distinguere i due casi; che quasi tutte le tecniche alla fine vengono sostituite da tecniche migliori; e che creare belle immagini è eccitante e dà soddisfazione, ma risolve pochi dei problemi reali che il nostro mondo deve affrontare.

6. Piani per il futuro? Ti vedremo ancora in Italia, prima o poi, magari in forma pubblica?

La mia sensazione è sempre stata che un autobus potrebbe investirmi in qualsiasi momento, e non mi augurerei in quel caso di sentire che ho usato male il tempo che mi era stato dato. Questo implica che voglio viaggiare molto. Non vorrei trovarmi nella posizione di alcuni dei miei amici che avrebbero voluto vedere il mondo, ma non sono più in grado di farlo per ragioni fisiche.

Non rimpiangerò mai la professione che mi sono scelto perché mi ha dato l’opportunità di vedere così tanto del nostro pianeta, e soprattutto di condividere la mia esperienza con le persone del luogo in cui mi trovavo. Pochi turisti hanno l’opportunità di vedere una nazione con gli occhi di chi ci è nato. I miei amici italiani mi hanno dato questa opportunità. Anche se non so quando, ritornerò, perché voglio loro molto bene, anche più di quanto amo la loro terra.

2 pensieri su “Un’intervista a Dan Margulis”

  1. Marco, è molto più chiaro adesso perchè stimi così tanto il tuo maestro. Grazie di averlo fatto conoscere, almeno un po di più, anche a noi

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