Roadmap #26 – Massa

 

È un’estate anomala. Il 6 luglio di un anno fa partivo per il CCC di Bari e il ricordo più vivo che ho è quello del caldo feroce. È di nuovo luglio ma nulla è come allora: in questa estate uno non sa se al mattino sia meglio indossare i sandali o le scarpe chiuse e prevede senza sbagliare che nel primo caso sentirà freddo e nel secondo, caldo. Succede.

Avevo pensato di partire per Massa con calma nel pomeriggio di sabato 6 per arrivare verso sera e tenere il workshop organizzato da Marco Petracci per il Laboratorio Artistico Fotografico il giorno dopo. Volevo anche ripartire subito dopo l’evento. Le cose a volte però cambiano in corso d’opera come il tempo di una stagione a metà. Chi segue questa serie di articoli dedicata alle mie trasferte per corsi o workshop sa bene che le Roadmap riguardano più la mente che la strada. Questa non fa eccezione.

Nella tarda mattinata di sabato ho deciso repentinamente di viaggiare lungo strade alternative: questa la prima regola del gioco. La seconda era quella di pre-immaginare una colonna sonora opportuna per la lunga discesa in solitaria. La strada che i trentini chiamano Destra Adige (ma diciamo Dèstràdige come se stringessimo fra i denti un’unica parola impronunciabile, unspeakable) è un percorso ritrovato quasi per caso grazie a un blocco autostradale, ma è diventato uno dei miei preferiti. Mori-Avio-Brentino Belluno-Pastrengo, e poi giù attraverso Cavalcaselle, fino a intercettare il Mincio. Meglio tenersi rispettosamente lontani dal Lago di Garda, i sabati di un’estate pure incerta; meglio una via alternativa.

Alle 11:15, start. Tranquilla discesa, costeggiando tratti di bosco, campagne e aperture di valli. Mi sono fermato in uno dei miei luoghi, dove spesso mi rifugio a cenare quando ho passato la giornata nella cabina di Teacher-in-a-Box. Ho scoperto Borghetto sul Mincio nel 2005 grazie al suggerimento di un amico di Guastalla e da otto anni quel luogo mi riporta invariabilmente a Castle Combe – un villaggio del Wiltshire a oltre millecinquecento chilometri di distanza. Mi manca, il Wiltshire, da molto tempo. A dire il vero a Castle Combe manca un fiume, lassù, ma l’aria dei due villaggi è identica ed è quella di un tempo fermo, davvero fermo. A Borghetto sul Mincio un mese, un anno o un secolo hanno esattamente lo stesso peso. Breve pausa in un luogo fin troppo familiare, dunque: il tempofermo di un tè alla pesca seduto da solo all’unico tavolino libero di un bar che dà sull’acqua, uno sguardo discreto al passaggio dei turisti, una breve passeggiata lungo la sponda del fiume dove ho incontrato una persona che conosco e con la quale ho scambiato un saluto.

Strada statale fino a Brescia. Da lì, autostrada verso sud. Cremona. Parma. Val di Taro. Aulla. Massa. Come l’ultimo verso Firenze, un viaggio di strane sincronicità.

{Un cenno doveroso alla colonna sonora, variegata. In rigoroso ordine: REM – Automatic For The People. Peter Gabriel – Scratch My Back. Bob Dylan – Desire. Yes – Magnification. E un tributo, nell’ultimo tratto, anche all’Italia: Gianmaria Testa – Lampo. Ivano Fossati – Discanto. Playlist azzeccata, comunque, dal momento che l’ultima struggente nota di quello che è probabilmente il capolavoro di Fossati si è spenta nell’istante esatto in cui ho girato la chiave per spegnere anche il motore, arrivato a destinazione.}

Ho visitato Massa molti anni fa, credo nel 2002, ma ho ricordi così vaghi che potrebbe essere stato in un’altra vita. Ieri mentre entravo in città pensavo alla curiosa coincidenza di due workshop in fila nella stessa regione, la Toscana, visto che un mese fa ero a Firenze. Due regioni diverse, al contempo, perché sembra quasi che Massa non sia ancora totalmente sicura delle sue radici, abbracciata com’è alla Liguria. Anche l’accento è ibrido, o perlomeno così suona alle mie orecchie di forestiero.

Il mio hotel si trova a un tiro di sasso da Piazza Garibaldi, dove scopro un bar. Sono seduto a un tavolino, poco dopo le 19, quando capita un episodio davvero surreale. Dopo avermi scrutato per un po’, un distinto signore emerge da dietro un’edicola a fianco del bar con una copia di Fotografia Reflex in mano. Dopo avermi timidamente chiesto se sono io, mi dice di averla ricomprata per farsi firmare il mio articolo. Sono così sorpreso che rispondo a monosillabi. Lo accontento volentieri, chiacchieriamo un po’ e da ciò che mi dice mi rendo conto che ha letto quasi tutto ciò che ho scritto, un po’ ovunque. Strana sensazione davvero.

Ci siamo incontrati, io e Marco Petracci, verso l’ora di cena. Una pizza a Marina di Massa e poi due passi in lungomare, chiacchierando di colore, di programmi per domani, di viaggi, di storie di vita. Rilassante e gradevole, intelligente compagnia.

Marco era venuto proprio a Firenze, un mese fa, per conoscermi e vedere cosa combinavo. Non devo averlo spaventato troppo, visto che ha confermato la sua volontà di organizzare un workshop nella sua città. La sua richiesta è stata quella di approfondire il metodo Lab e lo sharpening, e così è stato. Mi ha fatto piacere, perché questo mi obbliga a spostare un po’ il tiro da un workshop all’altro – qualcosa che cerco di fare sempre ma che a volte risulta più facile di altre. In questo caso, è stato assai facile. Nel terzo modulo, oggi, abbiamo parlato di PPW senza parlare di PPW, che è un argomento avanzato, introducendo le tecniche che costituiscono il nuovo flusso di lavoro di Dan Margulis in attesa, magari, di metterle poi in fila sperando che ne risulti un tutto armonioso.

Mi sono svegliato stamattina (domenica) con una curiosa sensazione di elettricità che ha accompagnato il solito rituale di preparazione: computer, cartelle di immagini, programmi, oggetti di supporto (il filtro rosso, le cartelline colorate, Sophia, of course) fino a ciò che ho già avuto modo di definire un passo simile a quello che mi spingeva su un’asse elastica del palcoscenico prima di un concerto. Negli ultimi mesi questo aspetto è diventato predominante. Sto arrivando a pensare che un workshop decida se stesso e il suo esito nei primi trenta secondi o quasi: perché non seguo mai la stessa entrata – sarebbe come iniziare il concerto sempre con lo stesso brano. In realtà – ma non lo si dica a nessuno – improvviso selvaggiamente all’inizio; corro dei rischi. Sarebbe molto facile ripetere in maniera meccanica un discorso predigerito, ma mi conosco: detesto la ripetizione fine a se stessa. Nel giro di poche volte non avrei davvero più nulla da dire. Gli argomenti quindi rimangono gli stessi, l’approccio no. Ogni corso, ogni workshop, ogni storia sono diversi da tutti gli altri. Al momento (e questa è la ventiseiesima volta che ne scrivo senza ancora riuscire a capacitarmi di come sia stato possibile) ognuno di questi viaggi è solo il tassello di un grande puzzle che forse mi apparirà completo un giorno – o forse mai.

Il workshop: caldo, molto. Classe attenta e cordiale, senza cedimenti. Un ottimo proiettore, finalmente, arrivato da La Spezia. Avevo preparato una serie di immagini nuove, assieme a quelle canoniche: alcune sono state mostrate per la prima volta. Le due più interessanti, forse, sono due scatti realizzati in condizioni di luce proibitive (street photography notturna). Sono immagini apparentemente simili, anche se riprese da angoli diversi, ma nella prima – che ritrae un gruppo di persone – è impossibile scegliere un punto di bianco appropriato. C’è ne sono almeno cinque, tutti diversi, che producono risultati diversi, ma ciascuno lascia spazio a una doppia dominante diversa. Rimuovere quest’ultima uccide completamente l’immagine, che se ha i colori a posto sembra non esistere più. Nella seconda, invece, il punto di bianco si trova subito e tutto torna. La doppia dominante, corretta, non sfascia nulla. Un caso davvero interessante, perché mette seriamente alla prova diverse capacità di recupero di ACR, che lavora al limite.

Per quanto sono stato in grado di percepire, anche se il giudizio dovrebbe essere dato da chi ha partecipato, questo è stato uno dei migliori workshop di sempre almeno dal mio punto di vista. Lo è stato perché ho sentito la giusta motivazione, la spinta che va avanti senza sfondare l’ostacolo. Potrei chiamarla una forza gentile. Mi accorgo quando i miei pensieri sono chiari oppure offuscati, magari dalla stanchezza o da altro, e questo si traduce naturalmente in un diverso modo di esporre le cose; e ho un mio segreto, che non rivelerò, per cercare di entrare nell’area che trasforma a mio modo di vedere un’esposizione in comunicazione. Ha a che fare con il mettermi in gioco e con il riferire ciò che faccio a qualcosa di esterno, in ogni caso, che rimane invisibile per chi ascolta. Ha a che fare con il lasciare andare. Ha a che fare, e non riesco a trovare un termine migliore, con il non-mediare, che almeno per me è una delle cose più difficili in assoluto; ma offre prospettive vertiginose. E mi scuso, davvero, se non sono in grado di spiegarlo meglio di così, ma rischierei di arrivare a frasi mutuamente contraddittorie. Finirei per affermare cose come «non lo so, ma lo so» e tutto diventerebbe molto confuso, a quel punto, anche se è proprio così. La soluzione proposta da un partecipante per la storica immagine di chiusura “Goodbye”, riunire di nuovo le persone e rifare la foto, è emblematicamente allineata con quello che ho appena scritto. A volte non si può, e si deve fare con ciò che si ha.

In quest’ottica, in questo workshop mi sono anche preso una grande libertà: quella di disseminare lungo il percorso diversi oggetti opportunamente nascosti. Sono convinto che sia possibile fare una buona esposizione pensando su due livelli, e ne discutevo in una pausa con uno dei partecipanti: chi ascolta è un gruppo di individui che presi singolarmente saranno più o meno preparati, più o meno intuitivi, avranno bisogno di più o meno metodo e più o meno colpi d’ala. L’unico modo per non fare torti a nessuno è riuscire a tenere vivi due piani distinti ma costantemente paralleli: sul primo le tecniche base, anche elementari, i concetti di fondo; sul secondo gli indizi che svelano anche solo per un attimo di quale abisso davvero ci sia dietro ciò di cui stiamo parlando. Uno dei metodi che uso è quello di infarcire il discorso di micro-argomenti che possono sembrare irrilevanti, mentre in realtà sono i buchi nel terreno che conducono nella famosa tana del bianconiglio. Sta a chi segue decidere se entrare e io non avverto mai della presenza di un ingresso: lascio che venga scoperto. Pillola rossa o pillola blu? La scelta è libera.

Il paragone che mi è venuto in mente nei giorni prima del workshop, mentre mi preparavo mentalmente in background, è questo: è come avere un’area di scambio files condivisa con altri utenti, su AirDropper, Dropbox o altri servizi simili. L’area è protetta, c’è una password che naturalmente chi ha diritto di accesso conosce. Ci sono due modi per condividere dei documenti: il primo è canonico ma il secondo assolutamente no. Quello canonico consiste nel depositare un file e avvertire l’altro utente che è disponibile; quello non canonico consiste nel depositarlo senza dire nulla. Se il file verrà scoperto, potrebbe essere l’inizio di un percorso per chi lo trova; oppure no. In questo modo si lascia all’intuito e all’iniziativa personale la decisione di approfondire o meno. Mi sembra una forma di rispetto silenzioso, senza costringere se stessi al silenzio. Ecco, è esattamente ciò che faccio.

Ma sto divagando e me ne scuso. Questo di Massa è stato l’ultimo workshop prima della pausa estiva, come le cose migliori è arrivato inaspettatamente e sono molto grato a Marco di avere perseverato nella sua intenzione. Anche di più sono grato ai coraggiosi che hanno dedicato questa rovente domenica a seguire i miei pensieri sul colore attraverso modelli mentali di proiettori, inchiostri, bilance, assieme a realissimi pezzi di cartoncino rosso e ciano e formiche dagli sgargianti colori (*), pezzi di canali prelevati da un documento e infilati in un altro nel tentativo di spremere l’ultimo rimasuglio di variazione di verde da un prato, di contrasto da un cielo e di dettaglio da un volto. Grazie davvero a tutti. Altri workshop seguiranno in autunno: si parla della zona di Brescia, di Busto Arsizio, di qualcosa dalle parti di Roma e forse tornerò anche al Sud, ma ancora non c’è nulla di sicuro. Due ipotesi di corsi (in English) anche in Svizzera e in Germania, tutte da verificare. Per ora, buona estate a tutti, e se chi mi ha conosciuto penserà anche solo per un secondo a me quando rifletterà sul colore, forse non sarò passato invano.

E qui concludo, sempre da Massa perché all’ultimo minuto o quasi ho deciso di restare un’altra notte. Domattina, ritorno con deviazione su Pavia – forse non una delle più semplici, ma va bene: purché sia interessante. E utile.

A presto, comunque sia.
MO

(*) Questo post rappresenta una grande eccezione a una regola quasi aurea: “nessun link e nessuna immagine nelle Roadmap”. Ho deciso di tradire il principio perché dopo il post sul workshop di Firenze ho ricevuto un buon numero di richieste di persone che volevano “vedere Sophia”. Per chi non avesse letto il post, Sophia è l’esempio vivente o quasi di come i colori si fondano tra loro oltre una certa distanza: certe sue parti visibili da vicino diventano un tutt’uno inaspettato e armonico quando la si osserva da lontano. Oggi, ancor più che a Firenze dove è comparsa la prima volta, ha avuto un vero momento di gloria. Dovrei scrivere un articolo, forse, sui colori di Sophia – e non escludo di farlo. Comunque sia, è davvero curioso come certe cose stimolino l’immaginario più di altre. Ebbene, esaudisco la richiesta, perché non esiste una ragione al mondo per cui Sophia debba rimanere nascosta in una tasca della mia borsa e per evitare che qualcuno pensi a chissà quale complicazione. Sophia è la semplicità fatta formica. Eccola qui, in equilibrio sul dito del suo più grande fan, che incidentalmente mi assomiglia.

Sophia.mo

12 pensieri su “Roadmap #26 – Massa”

  1. Un utente mi segnala cortesemente che un fiume a Castle Combe esiste, eccome, e mi invia perfino due foto. Correggo, massaggio la mia memoria e faccio voto di tornare in Wiltshire per fare ammenda. Ricambierò con foto di Borghetto sul Mincio – ancora più parallelo a Castle Combe. Che curiosamente ha la sigla CC.

  2. Letto tutto d’un fiato… Pausa, riprendo a respirare e rileggo.
    Bellissimo. Credo che tornerò ancora su questa pagina…
    Ti auguro una serena pausa estiva (ma anche intensa, perché no! 🙂 ).

  3. Sto provando a dormire ma, non appena chiudo gli occhi, vedo curve, maschere, tu è Cinzia che simulare il concetto di Lab imitando Di Caprio e la Winslet, mazzetta… dominanti, doppie dominanti… RGB, Lab, CMYK… Sognerò sicuramente il Conte Mascetti che mi spiegherà il PPW con parole sue… :-))
    Grazie della disponibilità, complimenti per la grazia e la leggerezza con la quale ci hai tenuti inchiodati per tante ore senza che mai ci sia stato un calo di attenzione verso un argomento interessantissimo ma certamente impegnativo.
    Per quanto riguarda la foto “Goodbye” io continuo a trovare più semplice la mia soluzione… Anche se la foto fosse quella della conferenza di yalta del 1945…
    Buonanotte, buone vacanze e ancora grazie.
    A presto

    Edoardo

    1. Grazie Edoardo, è stato un piacere per me. La scena con Cinzia per fortuna non è stata ripresa (vero?…) Ha un precedente, con Giovanna Catalano a Reggio Calabria; e, ahimè, con Marco Diodato a Trento. Questi workshop fanno germogliare sempre qualcosa. Grazie al mio scivolone sull’idrografia del Wiltshire ho già pensato a un possibile nuovo articolo, ad esempio. Per intanto, grazie a te e a tutti.

      P.S.: rimettere insieme i notabili di Yalta è più semplice che gli otto di “Goodbye”. Credimi sulla parola.

  4. Marco, mentre leggevo questa roadmap, e ti prego di guardare a che ora sto scrivendo queste righe, e arrivavo al punto in cui parlavi di piani paralleli di esposizione, mi dicevo : semplice e geniale al tempo stesso, una contraddizione in termini. Poi sono giunto al passo chiave :”senza costringere se stessi al silenzio. “. Così ho capito che forse questa idea di lasciare per strada semi di cc corrisponde, come spesso accade in questo casi, più alla soddisfazione di un tuo bisogno espressivo che ad una lucida e razionale strategia divulgativa. E di questo con comunque ti ringraziamo.

    1. Grazie, Piersimone. Credo che tu abbia colto perfettamente. Occhio, che il prossimo giro probabilmente sarà Flero… 🙂

  5. Lindbergh – Lettere da sopra la pioggia, non Discanto (che pure merita non poco, anzi). Mio modestissimo parere.

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