Roadmap #14 – Milano

Mentre guidavo sulla via del ritorno pensavo a questa Roadmap. Cerco di non scrivere ogni volta le stesse cose e soprattutto cerco di non ridurre i resoconti delle classi o dei workshop a una lista di cose fatte o di risultati ottenuti. Il guscio, naturalmente, non è più importante del contenuto, ma quello che per me davvero distingue un CCC da un altro è il contorno: gli argomenti non cambiano poi molto, di volta in volta; ma cambiano le persone, i luoghi e le atmosfere. E ho pensato di scrivere quanto segue.

Milano è una città strana e non facile, per molti versi. A memoria, senza verificare, credo di averla definita sorprendente, nella Roadmap del CCC milanese nel 2012. Questa è stata dunque la seconda volta, sempre presso Satef, sempre con l’organizzazione di Daniele Pennati per il suo FineArtClub e, aggiungerei, anche di suo padre Adriano – una preziosa figura chiave in questo contesto. Vorrei spendere due parole per loro, perché è doveroso. Lo ammetto candidamente: non ho mai amato Milano. La mia immagine della città è certamente distorta e non veritiera, ma per qualche motivo la associo sempre a una realtà in cui l’apparenza vale più della sostanza, in cui si corre e basta, senza il tempo di fermarsi per paura di essere raggiunti da qualcuno. Credo anche di non essere l’unico, soprattutto nella zona in cui vivo, a percepire così quella che è di fatto la seconda capitale d’Italia. Anche ammettendo che questo luogo comune sia vero (e non lo è), non nutro alcun dubbio sul fatto che la famiglia Pennati rappresenterebbe comunque l’eccezione alla regola. Dal nostro primo incontro (Adriano e Daniele vennero apposta a conoscermi a Parma, in occasione del CCC che tenni laggiù nel 2012), al primo corso organizzato da loro, ho avuto sempre la stessa sensazione. Rientrare nel silenzioso cortile interno del palazzo che ospita Satef è stato un po’ come tornare a casa, e non esagero. Salendo le scale (sono innamorato dei vecchi ascensori “a gabbia” che vedo soprattutto a Milano, e mi piace guardarli da fuori) pregustavo senza quasi rendermene conto una calorosa stretta di mano e il grande rispetto, che non è distacco ma generosa condivisione, di chi mi avrebbe accolto. Non vorrei suonare sentimentale, ma questo è per me il più grande regalo che un organizzatore può farmi. E, ci tengo a dire, tutte le persone che hanno organizzato i miei corsi a partire dallo scorso anno sono così. In particolare Adriano e Daniele: che di milanese, se me lo consentono, non hanno quasi nulla – perlomeno, nulla di relativo ai luoghi comuni più negativi che girano.

La classe appena conclusa è stata una delle migliori in assoluto. Dal mio punto di vista è passata senza una minima scossa, con un livello di attenzione impressionante; al punto che ho calcolato di avere inserito circa il 20%, forse il 30% in più di ciò che avevo programmato. Sono cosciente di non poter dire tutto in due giorni, e cerco di ottimizzare i programmi più che posso. Sono anche cosciente che chiedere a un gruppo, non importa quanto interessato, di seguire le prime quattro ore di fondamenti e teoria senza neppure toccare il computer è una richiesta forte; e implica anche un atto di fiducia nella mia affermazione, che ripeto sempre: «non posso insegnarvi delle tecniche senza cercare di farvi comprendere almeno a grandi linee cosa c’è dietro». Insomma: qualcuno potrebbe chiedermi – vengo per imparare Photoshop e tu parli di pitture rupestri ed evoluzione del sistema visivo? Sostieni davvero che un bambino a tre anni abbia l’istinto di realizzare una maschera di contrasto quando scarabocchia su un foglio? Ancora quella storia del leone sotto l’albero e del perché non possiamo credere alla fotocamera che lo ritrae verde? E mi confondi pure le idee dicendo che però, sì, se lo lasciamo un pochino verde in certe aree la cosa potrebbe avere un senso? Bene: incredibilmente, funziona. Funziona in media, intendo; ma quando funziona davvero, allora è spettacolare. Chi ascolta parte per la tangente, e non si ferma più. Come se iniziasse a riordinare vecchie idee digerite a metà, domande senza una risposta completa e tecniche ripetute ad oltranza che avevano un filo di fondamento in meno, fino a ieri.

Il passaggio più stretto, e più soddisfacente per me, è arrivato alla fine: avevo mostrato che è possibile rinforzare una scritta nel marmo (in RGB) utilizzando il canale del nero e il metodo di fusione Moltiplica, magari con una robusta dose di maschera di contrasto per incidere ancora di più le lettere. Ci si accorge quando il primo momento di smarrimento (il nero? in RGB?) diventa consapevolezza. A quel punto, ci provo: spingo. «E se siete pigri, se proprio in CMYK non vi va di andare, potete fare tutto in RGB. Se vi serve un canale del nero, potete fare così: duplicate R, poi applicategli G in scolora…» Nuovo smarrimento, per tre secondi. E poi sentire qualcuno che dice: «questo è interessante!» Per quanto mi riguarda, questa è la ricompensa. Di tutto.

Un’anomalia: questo è stato il primo CCC senza la canonica cena collettiva del sabato sera. La verità è che avevo preso un altro impegno: Angela Gargallo, che è stata con me in classe nello spettacolare corso TWIT organizzato da Red Oddity a Bolzano nel 2012, e che ha avuto nello stesso contesto come docenti anche Tiziano Fruet e Marco Diodato, vive ora a Milano dove sta iniziando a lavorare. Ci eravamo sentiti e mi ha raggiunto alla fine della prima giornata; poi siamo andati a cena. Di quella sera ricorderò il diluvio (ma l’ombrello restava tenacemente chiuso – non piace a nessuno dei due) e il fatto che le strade di Milano sembravano dilatarsi in lunghezza. Probabilmente abbiamo girato a vuoto qualche isolato, ma abbiamo percorso almeno tre chilometri per trovare un ristorante aperto quando, sulla mappa, la distanza non doveva essere superiore ai settecento metri. Per fantozziana coincidenza, non sembrano esistere luoghi adatti alla consumazione del cibo tra Corso Magenta e Via Monti, e abbiamo finito per rintanarci da Cecco: ben noto a me, perché si trova esattamente al fianco di Satef. In pratica: abbiamo spostato la macchina, che era lì davanti, solo per tornare indietro a piedi esattamente nello stesso luogo, sotto la pioggia battente. Ma è stata una splendida serata, in cui abbiamo parlato di lavoro, di città italiane, di viaggi, di competenze che in Italia sembrano valere qualcosa solo per noi, di storie personali, del fatto che dovrei smettere di fumare. Angela – grazie per tutta la strada che hai fatto per venirmi a salutare, è stato davvero bello rivederti; perché con te, in un certo senso, ho rivisto tutte le TWITs, anche se solo attraverso le tue parole.

E infine, la coincidenza più strana. Corso Magenta, dicevo: lì si trovava il mio albergo. Ci sono arrivato a piedi rocambolescamente, provenendo da Cadorna, sempre sotto la pioggia e trovandomi anche a spiegare a un trio di turisti polacchi che no, non ero milanese ma ero pronto a scommettere un anno di vita sul fatto che non avrebbero trovato il Teatro alla Scala in Corso Magenta 71, e che dovevano spostarsi nella zona del Duomo. Avevo già notato, recandomi in hotel, l’imponente chiesa che appare quasi di colpo a chi percorra il Corso provenendo da Via Monti. Ma non avevo notato il cartello turistico che indicava: “Cenacolo Vinciano”. Ci ho messo dieci secondi buoni a realizzare che si trattava dell’Ultima Cena di Leonardo. E che quella era dunque Santa Maria delle Grazie. Mi rendo conto che è ridicolo, ma dalla mia stanza il dipinto distava forse cento metri, probabilmente meno; l’hotel è esattamente di fronte, sull’altro lato della scala. E questo mi ha causato due effetti: difficoltà ad addormentarmi, prima, e il sonno più tranquillo che abbia sperimentato da tempo, poi. La bellezza mi indebolisce, anche se non la vedo direttamente; la sua presenza, intendo. Forse è per questo che, nonostante tutto, mi ostino a fare quello che faccio. Credo che la correzione del colore abbia una sua bellezza intrinseca, formale, profonda, e credo di averne scalfito forse qualche centimetro in superficie – ma che ci sia un grande iceberg, sotto, che vorrei almeno in parte scoprire e, se sarò in grado, comunicare. Given time, se mi sarà dato il tempo.

Però Milano stavolta devo ringraziarla, assieme alla pioggia (quasi-neve), al grigiore, alla foschia, all’inquietante villa (bunker?) di Via Rovani che fa angolo con la sede di Satef, al parchimetro che ha ingoiato una discreta somma dalla mia carta di credito senza darmi il biglietto, all’operatore del traffico che, sapendolo, ha chiuso tre occhi sul fatto che il biglietto comprato con le monetine fosse scaduto, ai cornetti del bar all’angolo portati da Adriano in ufficio perché potessimo fare i coffee break senza attraversare la strada. E grazie anche a Chiara Zocchi, che non sono riuscito a incontrare, e a Petra Magoni per i messaggi su facebook: sarei venuto a salutarti di corsa, assieme a Ferruccio; ma gli orari non quadravano. Next time, prossima volta. Promesso.

Adesso, per almeno una decina di giorni, stop: basta corsi, seminari, consulenze. Ricarico le batterie, ripenso come migliorare, o perlomeno non peggiorare, e gratto ancora un po’ di ghiaccio in superficie all’iceberg. Vediamo che colore c’è sotto, almeno.

(E grazie a tutti quelli che leggono. Avevo bisogno di scrivere tutto questo, esattamente così, ma so che non c’è poi dentro molto di interessante per il mondo.)

A presto!
MO

3 pensieri su “Roadmap #14 – Milano”

  1. Spero davvero di non sembrare eccessivo, se do qui un giudizio entusiastico di questa iniziativa. E non mi riferisco soltanto alla qualità dei contenuti condivisi e trasmessi, ma soprattutto alla disponibilità, all’attenzione e alla professionalità che l’intero staff ha dimostrato nei confronti dei partecipanti. Da fotoamatore che si aggira nel mondo della fotografia con un certo impaccio, ritengo che aver potuto ascoltare alcune tra le persone più esperte del settore rispondere con ironia, passione e attenzione ai miei caotici quesiti valga ancor di più questa visita a Milano. Sinceri complimenti a tutti, spero di avere altre opportunità per poter proseguire questa esperienza. Grazie! 🙂

    Marco

    1. Grazie a te, Marco – sei stato anche il primo partecipante, a memoria, a rappresentare una regione bella e “dimenticata”, un po’ come la mia: la Valle d’Aosta. Spero di rivederti presto – buon proseguimento!

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