Roadmap #34 – Milano (CPS)

Il giorno 5 aprile si è svolto il Creative Pro Show (edizione VII – Kaizen) a Milano. Come lo scorso dicembre a Roma sono stato invitato a tenere una delle relazioni e ho riproposto sostanzialmente lo stesso programma relativo alle impostazioni colore di Photoshop e ad alcune tecniche di modifiche estreme al colore in Lab.

Che dire che io non abbia già detto? L’ambiente è sempre stimolante, le persone molto interessate, l’atmosfera familiare. Il formato è diverso rispetto a Roma (un giorno invece che due) e questo rende tutto ancora più rilassato – cosa che facilita l’interazione con gli utenti. Il Creative Pro Show si è svolto in un hotel a ridosso di Corso Como: un’area che non conoscevo e che è veramente estrema, per molti versi. Su un lato, grattacieli avveniristici di vetro che suggeriscono di essere caduti in un cyber-world (certamente un matte painting, vista l’occasione!), sull’altro una strada in stile decisamente ottocentesco: uno dei contrasti più forti che abbia visto di recente in una città. La sensazione era quella di essere capitato nel mezzo di un set televisivo.

Tornando al Creative Pro Show, è stato un grande piacere ritrovare Alessia Cosio, già conosciuta a Roma, con le sue tecniche di fotoritocco; assieme a Leonardo Dentico, che pure era a Roma, e a Mart Biemans – entrambi digital artists anche se in ambiti molto diversi. Qualche volto noto: Fabio Bertozzi e Piersimone Fontana tra il pubblico, e la graditissima visita di Alessandro Bernardi, che nello stesso hotel, qualche tempo fa, propose la prima edizione del suo evento PhotoToVideo.

Non ripeterò le mie considerazioni sull’intervento che ho fatto: sono già contenute nell’articolo sull’edizione di Roma linkato sopra, e la mia idea rimane la stessa. In ogni caso, anche ieri la statistica ha dimostrato un fatto importante: alla mia consueta richiesta di alzare la mano nel caso si conoscesse il funzionamento della finestra Impostazioni Colore in Photoshop, meno del 20% del pubblico si è mosso. Il che rimanda, come sempre, al problema di come far passare l’idea che senza una conoscenza almeno di base della gestione del colore ci sono elevate probabilità di farsi colpire da problemi che sarebbero facilmente evitabili con pochi clic di mouse.

Quello che voglio fare è ringraziare pubblicamente Martin Benes e il suo staff per l’impegno profuso nell’organizzare questi eventi, soprattutto in questo momento economico confuso e difficile. A prescindere dal costo dell’ingresso, che è assai accessibile, sembra che in questo frangente i professionisti siano meno motivati a investire in formazione di qualità, mentre continuo a credere che quella sia la linfa che permette a tutti noi di andare avanti rinnovandoci e non restando aggrappati a vecchie concezioni. La speranza e la spinta (“hope and drive”, dicono gli anglosassoni) è che tutto questo possa continuare, ancora in meglio.

Per coincidenza, nel momento in cui sto scrivendo questo articolo, il gruppo CCC su facebook ha raggiunto i 1.500 iscritti. È un traguardo che non avrei mai previsto, e sono grato a tutti coloro che hanno contribuito, in qualsiasi modo, a costruire e tenere unita la community alla quale apparteniamo.

Su questo scriverò presto qualcosa, così come su alcune novità in vista che sto ancora mettendo a fuoco. Per intanto, e come sempre, grazie di avere letto fin qui!

MO

5 pensieri su “Roadmap #34 – Milano (CPS)”

  1. Conoscete in Italia qualcun’altro che possa anche vagamente pensare di introdurre i profili colore citando una album dei Sex Pistols?ehm….no, diciamolo. Voglio ringraziare pubblicamente Marco per questa sua voglia di evolvere, cambiare modo e mezzo per esprimere un concetto (un’esigenza sicuramente sua….ma di cui noi come pubblico godiamo…). Sentire un concetto spiegato ogni volta in modo differente, con immagni differenti, con citazioni e aneddoti differenti è un modo per tenere vivo lui (credo…) ma anche chi ascolta e magari ha già ascoltato costringendolo a pensare.
    Grazie Marco

    1. Beccato. Grazie, Piersimone: hai colto nel segno. E, ehm, sì, lo ammetto: mostrare la grafica di “Never Mind The Bollocks” è un po’ particolare :). Ma sono profondamente convinto che sia più facile ricordare un’immagine, soprattutto se iconica come quella, che mille parole. E, come chi c’era sa, aveva un senso preciso. Ho sempre avuto un debole per le parrucche verdi, hey. 🙂

  2. …purchè il verde della parrucca sia visualizzato con il profilo giusto! 😉
    Vero Marco, sei stato ardito e geniale. Ardito perchè il pubblico aveva un’età media che poteva essere lontana dalla storia del punk, quello vero. Geniale per tutto il resto, caffè doppio compreso.
    Mi sono coccolato con il fatto che bene o male sapevo già quasi tutto quello che hai esposto durante il tuo intervento, ma ho imparato moltissimo dal modo in cui hai esposto. Grazie ancora, a presto.
    Andrea Buonadonna

    1. Grazie mille Andrea, è stato un piacere conoscerti dopo varie interazioni solo virtuali (e grazie per il caffè consumato sotto il balcone del famoso n. 10 di Corso Como!). Vero, il pubblico probabilmente in media non era abbastanza grande da ricordare la nascita del punk, che a dire il vero io stesso ricordo a malapena; ma credo che alcune immagini diventino così incisive da entrare in qualche modo nel DNA di chiunque. Tutti i miei studenti dell’IDP di Verona sanno, ad esempio, che il famoso simbolo della lingua è il trademark degli Stones. Una classe sta lavorando su un progetto d’esame connesso a questo, per dire. Eppure uno qualsiasi degli Stones potrebbe essere il loro nonno. E loro non ascoltano gli Stones. Com’è possibile, quindi?
      Per quanto riguarda me io vengo da quel mondo, nel bene o nel male, e mi porto dietro alcuni “ganci” culturali che continuano a emergere anche senza che io me ne accorga.
      Chi ha visto le mie ultime lezioni su Lab, ad esempio, sa che spiego l’assenza della componente L in a e b partendo dalla considerazione che John Lennon (ma anche Paul e Ringo) non morirono schiacciati sulle strisce pedonali ad Abbey Road, e al povero John toccò il destino che sappiamo. Sembra assurdo, ma tutti capiscono un concetto non del tutto semplice da visualizzare quando lo spiego in quel modo. Insomma, ci si prova… e se funziona, è un buon modello.
      E sai perché funziona? Nel 2007 ero a Londra con mia madre. La portai ad Abbey Road, la misi all’incrocio che tutto il mondo conosce e le chiesi: “sai cos’è?” Mi rispose: “non ne sono sicura, ma credo che sia un disco…”. Non disse “una copertina”, disse “un disco”. E lei nulla sapeva o sa dei Beatles.
      Grazie mille e a presto!

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