Roadmap #33 – Rovereto (a closed loop)

Questa Roadmap è particolare: il corso di questo week-end non era stato neppure annunciato, se non con un piccolo trafiletto su colorcorrectioncampus.com, perché non era in realtà aperto al pubblico. Si è trattato di un modulo di dodici ore sulla correzione del colore che ho svolto presso l’Istituto d’Arte Depero di Rovereto destinato ad alcuni studenti interni che hanno aderito a una serie di incontri di approfondimento organizzati tramite i Fondi Sociali Europei. Corso anomalo, per molti versi: per l’età media dei partecipanti (quattordici ragazzi del terzo e del quarto anno della scuola della mia città e della sezione staccata di Trento), per il fatto che questi ragazzi – pur non sapendo quasi nulla di correzione del colore – sono piuttosto ferrati nelle basi di Photoshop e su certe cose si può correre, e anche per il fatto che si è svolto nella città dove sono nato. Vorrei partire da qui.

Non voglio fare polemica, o forse sì, ma sono molto soddisfatto di avere finalmente insegnato a Rovereto. Quasi un anniversario: il corso si è svolto il 22 e il 23 marzo, a pochi giorni dal terzo compleanno del primissimo CCC, tenutosi a Pescara nel 2011. In questi tre anni ho avuto il privilegio e la fortuna di solcare letteralmente l’Italia e di parlare in realtà anche molto prestigiose; ma la verità è che sono più noto per ciò che faccio a Reggio Calabria, a Bologna o a Caltanissetta di quanto non lo sia nel luogo dove vivo. Questa è un’abitudine molto roveretana, purtroppo, che vedo da decenni: se un concittadino fa qualcosa, qualsiasi cosa, la città ne parla ma in loco non si riesce a fare nulla. È come se sdoganarsi, in qualche modo, fosse proibito da una regola non scritta. Abbiamo molti vantaggi, noi trentini – è innegabile. E un grande svantaggio: restiamo, sempre e comunque, provincia cronica. Basta arrivare a Verona per rendersene conto: quarantacinque minuti di strada e un mondo totalmente diverso. Non vivace come quello di altre città, forse, ma certamente più di qui.

Ringrazio quindi di cuore Giuliano Panaroni e chi con lui ha organizzato questo corso, per averci creduto e avere deciso di dare spazio localmente a qualcuno che per arrivare a scuola ha dovuto stavolta percorrere ben sette chilometri di strada – e non settecento o millecinquecento come di solito. Per questo ho battezzato questa Roadmap “a closed loop”: un circuito chiuso, ad anello, casa-scuola-casa. Per una volta, almeno. Alla fine, come sono arrivati a me? Tramite questo blog, in ultima analisi. E oggi ho saputo con sorpresa che alcuni degli articoli che ho scritto sono stati proposti e discussi a scuola. Non può che farmi piacere; e ringrazio, per una volta, la mia testardaggine che suggerisce che le cose vanno semplicemente fatte, e non fatte con un fine preciso: se poi qualcosa deve succedere, succede da sé.

Bella classe, bellissima: attenta, stimolante, faticosa in senso buono come una classe dev’essere. Fa un certo effetto sentirsi chiedere “ma allora, quando vado a portare le mie fotografie in un laboratorio, che profilo colore devo usare?” da un ragazzo di 16 o 17 anni che fino a 30 minuti prima credeva che il profilo fosse qualcosa di sporco da eliminare da un file per sempre. Forse che iniziare a parlare fin da subito di queste cose possa davvero costruire un po’ di cultura? Anche uno scambio di opinioni e di idee, anche forti, purché uno scambio ci sia?

Mi fa effetto rientrare dopo la pausa pranzo e trovarmi davanti una ragazza di 17 anni che un po’ timidamente mi dice “ho cambiato le impostazioni colore…”. Perché, di nuovo, otto macchine su sei usavano il profilo del monitor e scartavano per default i profili. A che serve usare una specie di centrale nucleare del fotoritocco come Photoshop se non si impara, fin da subito, una procedura che dia delle ragionevoli garanzie di coerenza cromatica? se non si impara, immediatamente dopo, a valutare i colori in base ai numeri? Non perché i numeri siano sacri, ovviamente: ma perché almeno ci dicono di quanto stiamo sbagliando. Anche deliberatamente, a volte.

Quello che so è che abbiamo iniziato ieri pomeriggio alle 14.30. Oggi pomeriggio alle 16.00 c’era uno stuolo di studenti non ancora diplomati che cambiava allegramente il colore di un’automobile con un livello di regolazione tinta unita e una maschera di livello costruita da un canale Lab, un metodo colore di cui fino a ieri non avevano ancora sentito parlare. E, già che c’erano, creavano a mano uno pseudo-HDR partendo da due sviluppi distinti di un file RAW: uno per le luci, uno per le ombre.

Questo dà una certa soddisfazione e un po’ di speranza. Suggerisce anche che, nonostante tutto, ci sia ancora un certo bisogno e interesse di parlare di questi argomenti – che non sono affatto scontati come talvolta vorrebbero farci credere. Questa dovrebbe essere la base: ma non lo è, mi dispiace. Chiunque impara in dieci minuti come controllare una curva: ma se non viene detto esattamente cosa una curva faccia, come, perché, è come insegnare a qualcuno a pescare senza dirgli che il pesce serve per nutrirsi. Tutto ciò che rimane, alla fine, è un accumulo inutile di pesce. Che non serve a nessuno, e soprattutto non nutre.

Per me, per come sono fatto, il perché è molto più importante del come. Come fare è la parte facile. Perché farlo è quella che mette in moto davvero le menti; e penso davvero che ci sia bisogno di metterle in moto, mai come ora, mai come in questo campo. Anche perché temo che questi ragazzi abbiano una sola chance: la stessa che ripeto sempre anche ai miei studenti dell’Istituto Design Palladio – ovvero che il loro lavoro sia in qualche modo diverso da quello di tutti gli altri. Altrimenti sarà solo premere un pulsante, di quella MacchinAutomaticaNoAnima che è Photoshop. E quello lo sanno fare tutti. Soprattutto in Camera Raw, e in Lightroom di conseguenza.

Grazie davvero a tutti, quindi. Questa sera sono tornato a casa presto e sono un po’ più ricco di ieri. Volto pagina, guardo al prossimo giro, che sarà a Verona tra breve.

MO

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