Roadmap #12 – Gela (CL)

Dovrei ribattezzarlo “CCC di Butera”, forse: ma a Gela è nato, e a Gela rimarrà almeno nel nome. Ci siamo spostati di qualche chilometro, tre giorni prima del via, perché Peppe Ferreri – che ha voluto e organizzato questo corso – ha pensato che utilizzando il suo secondo studio saremmo stati più tranquilli. Butera è un piccolo paese poco distante da Gela, e via Aldo Moro è tutta in salita. O in discesa, dipende dai punti di vista.

Sono importanti i punti di vista: specialmente se sono nuovi o diversi dal solito. E in fondo è esattamente quello che cerco di fare nei miei corsi. E questa volta eravamo in undici, a parlare di colore. Dodici con me. Ma in un certo senso tredici: perché seduta poco distante da me c’era Daniela, che ogni tanto guardavo incuriosito. E guardavo sopratutto le sue mani, che disegnavano in aria i segni corrispondenti alle parole che dicevo.

Daniela è un’interprete L.I.S., il Linguaggio Italiano dei Segni, che per due giorni ha tradotto con pazienza infinita tutto ciò che ho detto per uno degli studenti che ha la sfortuna di non poter udire alcun suono.

Ho detto spesso, e lo ripeto ora, che credo di avere imparato dai miei studenti più di quanto io abbia insegnato a loro. Ne parlavo stasera a cena con Alberto, che come me ha un background di programmazione, ma che vuole tanto fare il fotografo. Chiedere “cosa pensi che voglia sentire la gente, di questi argomenti? cosa interessa di più?” è per me un’esperienza sempre illuminante. Non ha alcun senso pretendere di insegnare una cosa solo perché ci piace: bisogna dare anche una strumentazione, un armamentario che possa servire. Una specie di cassetta degli attrezzi delle idee, da portarsi appresso e usare quando serve.

Questo CCC, il primo del 2013, è stato emblematico per questo e anche un po’ simbolico. Simbolico perché mi ha portato per la prima volta in Sicilia, e perché la Sicilia era l’ultima regione d’Italia che non avessi almeno attraversato. Ora non posso dire di averle visitate tutte, ma almeno di averle toccate. E, inutile dirlo, la Sicilia è spettacolare: anche solo la strada tra Catania e Butera, percorsa in compagnia di Gianfranco Zappalà e di sua moglie Katia, sarebbe valsa il viaggio. E, deformazione professionale, all’altezza di Enna ho visto la più spaventosa manifestazione di contrasto simultaneo tra terra e cielo della mia vita. Mordermi le dita per non avere portato neppure una compatta, stavolta.

A chi mi chiederà com’è andato questo corso risponderò, credo, qualcosa come “non sono mai rimasto solo”. Ed è davvero andata così. Rosario Lo Forte, Mirko Santangelo, la sua splendida fidanzata, Gianfranco, poi Peppe, poi tutti gli altri: il senso vero di un gruppo, anche se temporaneo, è nella sensazione che potresti bussare alla porta di uno qualsiasi dei membri e ti verrebbe aperto. Non è stata l’unica volta, naturalmente: e senza trascurare nessuno voglio ricordare Reggio Calabria e Bari come molto simili (tutte capitali del Sud, guarda tu il caso). Ma la Sicilia ha avuto un sapore particolare. Ho discusso il fatto che “taddarita” possa essere un pipistrello, ma anche un cravattino, e dopo oggi penso che tornerò a casa stando attento a non dire “chiddu” al posto di “quello”. Bel suono: “chid-du…”

In classe? Penso che ci siamo divertiti: facendo fatica, certo. Soffro un po’ quando mi accorgo che una maschera che ho creato non ha avuto una genesi chiara, quando finiamo per scatenare cinque minuti di gioioso caos sul tema un po’ trash “oggetti avanzati – sì o no?”, ma alla fine credo che ne siano tutti usciti con qualcosa.

Io porto via una cosa, soprattutto. I fotografi, si sa, hanno un debole per i gruppi – specialmente i matrimonialisti. Ed ecco dunque il gruppo di tutte le donne (tante, incredibilmente tante rispetto alla media), e poi il gruppo di tutti gli uomini, per le foto ricordo. E a quel punto mi nasce un’idea, piccola piccola. Uno di noi non sente, ma ha avuto comunque in dono tutte le parole, da Daniela. La sera prima ho imparato che oltre a tutti i segni convenzionali ce ne sono di personalizzati, che nascono tra un sordo e il suo interprete: i nomi di persona, ad esempio. Una persona non viene necessariamente “pronunciata” lettera per lettera, ma le viene assegnato un segno, che può essere legato al suo carattere o al suo aspetto fisico. E ho chiesto a lui: “io ho un segno?” Ha sorriso e ha fatto un gesto rapido, che quasi non ho visto, con le mani davanti al mento. E ha detto, con fatica: “Marco”. Daniela mi ha detto che quel segno significa “corregge”. “Marco corregge il colore”.

E dunque ho ricambiato come potevo. Eravamo in sei, nella foto di gruppo, e ho chiesto a Daniela di mostrarci i segni per sei lettere importanti: L, A, B, R, G, B. C’è una foto su facebook, cercatela. Sei uomini con le mani in una strana posizione, e l’ultimo che sorride, aggiungendo la sua B.

Grazie di tutto Sicilia, Peppe, Franca, Calogero, Pippo, Elisa, Luca, Francesca, Daniela, Alberto, Annalisa, Emanuele, Ernesta… e tutti, nessuno escluso, quelli che mi hanno fatto sentire a casa nel corso in cui sono stato più lontano che mai da casa mia. Ci rivedremo prestissimo, già lo sapete.

6 commenti su “Roadmap #12 – Gela (CL)”

  1. Quando un uomo mette a disposizione, oltre che la sua professionalità e le sue indiscutibili competenze, anche una spontanea e sincera umanità (ricca di storie tra l’altro) allora trattasi di una grande grande persona! Marco mi hai ulteriormente stupito e forse un giorno ti dirò anche il perchè ma di persona! Un forte, fortissimo abbraccio.

  2. Ciao Marco.
    Grazie al CCC di Gela ho avuto la possibilità di conoscerti di persona. Le positive impressioni percepite nelle diverse occasioni sono state confermate.
    All’indubbia spiccata professionalità, si aggiunge una quasi devozione per l’insegnamento. Una missione, direi.
    Nella mia piccola esperienza ho avuto la possibilità di frequentare diversi ws non solo fotografici e credimi, non ho mai conosciuto insegnanti come te.
    Credi veramente in ciò che fai e soprattutto riesci a trasferire questo sentimento agli allievi.
    Un grazie di cuore.
    Buon lavoro

    1. Grazie Gianfranco – anche per la tua grandissima disponibilità (tua e di Katia) al mio arrivo a Catania.
      Non credo di essere un insegnante speciale… penso semmai di essere molto testardo, e di voler cercare di migliorare sempre il mio metodo; una cosa che non potrei fare senza i feedback anche critici di chi viene in classe. Ma fa piacere vedere che questa cosa in qualche modo “passa” agli studenti. Alla prossima, allora – e speriamo presto!

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