La scatola nera di Adobe Camera Raw – pt. 1

What the hell do we want?
Is it only to go
Where nobody has gone
A better way than the herd?
(© 1995 S. Hogarth / J. Helmer)

 

Premessa

Era il più sadico degli esperimenti previsti nel corso di Esperimentazione Fisica II all’Università: tutti lo chiamavano “la scatola nera”. Non era proprio nera, ma grigiastra; purtroppo, però, era ermeticamente sigillata. Ogni scatola conteneva un circuito elettrico di qualche tipo, ma non si sapeva quale; e ogni scatola conteneva un circuito diverso. Varie scatole venivano assegnate a caso ai gruppi di lavoro e tutto ciò che avevamo a disposizione era quanto segue:

  1. un generatore di segnali elettrici;
  2. un tester;
  3. un oscilloscopio;
  4. la maledetta scatola;
  5. il nostro cervello.

Scopo dell’esperienza: individuare forma e parametri del circuito contenuto nella scatola. Non bastava, quindi, dire “si comporta come un circuito RC” – bisognava anche individuare i valori esatti della resistenza e del condensatore che conteneva.

Come si fa? Semplice, in linea di principio: c’è un ingresso, c’è un’uscita, possiamo buttarci dentro della roba e guardare cosa esce. Con un po’ di fantasia e conoscenza della fisica si riesce a capire come funziona il circuito in esame. Ma non è semplice, in pratica; c’è anche la possibilità di brasare tutto con un segnale elettrico un po’ troppo vivace e intraprendente, e la scatola nera diventa una scatola bruciata.

Vi racconto questo perché qualche tempo fa ho iniziato a cercare un po’ di informazioni precise su Adobe Camera Raw (ACR da qui in poi). Non è affatto semplice trovarle. Anzi, in realtà per me è stato impossibile. Risposte a domande elementari come “che differenza intercorre esattamente, se ce n’è una, tra le curve di ACR e quelle di Photoshop?” non sono disponibili, o perlomeno io non le ho reperite. C’è parecchio materiale online, ma in generale si confronta ACR 7 con la versione precedente, ACR 6. Questo m’interessa relativamente: io ho bisogno di capire come ACR 7 si rapporta a Photoshop, perché la domanda che mi sta a cuore è legata a quanto il flusso di lavoro della correzione del colore (e non solo) dovrebbe appoggiarsi su ACR e quanto su Photoshop. In altri termini: se scoprissimo che la saturazione in ACR lavora meglio che in Photoshop sarebbe assai sensato usare la prima piuttosto che lasciare a Photoshop il compito di portare a termine un’operazione che svolge in maniera peggiore. Ma questi dati, a parte un bel po’ di hype da parte di chi si è votato a un flusso di lavoro quasi esclusivamente ACR-centrico, non li ho trovati. Quindi ho deciso di recuperare il principio della scatola nera: infilo qualcosa in ACR, shakero per bene, e vedo cosa esce. Più o meno, insomma.

Disclaimer (ovvero: metto le mani avanti)

Di solito scrivo degli articoli in questo blog quando penso di avere qualcosa di interessante da dire o da spiegare. Non questa volta: penso semmai di avere qualcosa di interessante da chiedere, ma non garantisco in alcun modo che i miei pensieri siano corretti. Perché, vi ricordo, stiamo giocando con una scatola nera, e il brutto vizio delle scatole nere è quello di trarre in inganno chi le studia. Dovreste dunque vedere questo articolo e i successivi della serie come dei pensieri esposti per iscritto, e siete attivamente invitati a dirmi “no, attento, qui stai sbagliando per questo e quest’altro motivo” se pensate che questo sia il caso. Sollecito quindi una discussione aperta su questi argomenti, sperando che ne possa uscire qualcosa di vagamente chiaro. E grazie a tutti in anticipo!

ACR for dummies

ACR non è un programma stand-alone, ma un plug-in di Photoshop. In altri termini, è un programma che gira all’interno di Photoshop e che si appoggia su esso. Il suo scopo principale è noto, credo, a tutti: interpretare i dati dei cosiddetti files raw prodotti dai sensori digitali e renderli manipolabili come immagini in senso stretto. Questo processo è noto come demosaicizzazione e il flusso di lavoro principale è in linea di principio molto semplice: quando apriamo un file raw in un formato supportato da ACR viene lanciato il plug-in all’interno di Photoshop; in esso possiamo impostare un numero molto elevato di parametri di sviluppo, che naturalmente influiscono sull’aspetto finale dell’immagine che viene prodotta; infine l’immagine viene passata a Photoshop per ulteriori elaborazioni o, se lo vogliamo, salvata direttamente su disco in formato demosaicizzato.

Questo è il flusso di lavoro principale, ma non è l’unico. ACR può aprire anche files in formato tiff e jpeg, che non sono files raw ma bitmap. Le sue potenzialità in questo caso sono ridotte rispetto a ciò che può fare con i files raw, ma si possono ancora effettuare diverse manipolazioni interessanti e, in certi casi, più efficaci che in Photoshop perlomeno per i non esperti (penso in particolare alla riduzione del rumore).

La prima domanda che mi sono posto è molto semplice: cosa accade al profilo colore del file (tiff o jpeg) che vado ad aprire nel momento in cui il file passa sotto il controllo di ACR? In questo articolo vorrei discutere questo argomento che, come vedrete, presenta una piccola sorpresa di cui non conosco bene le ramificazioni al momento, ma che apre una domanda alla quale sto cercando di dare una risposta. Se siete curiosi, leggete avanti.

La nostra immagine test

Un semplicissimo test: cosa accade a questo file nel momento in cui lo apriamo in ACR?

Quella che vedete a fianco è l’immagine test più semplice del mondo. L’ho creata in RGB, profilo sRGB, e contiene sei aree colorate e tre aree neutre. Nella fila superiore, i tre primari RGB alla loro massima intensità (ovvero, il rosso è 255R0G0B, il verde e il blu hanno formule corrispondenti). Nella fila inferiore, la sovrapposizione di coppie di primari alla loro massima intensità (il ciano è 0R255G255B, il magenta e il giallo hanno formule corrispondenti). Nella colonna a destra, tre valori comuni per i neutri: dall’alto verso il basso, 64R64G64B, 128R128G128B, 192R192G192B. Questa è l’immagine che utilizzeremo come test in questo articolo. Contiene in totale nove terne di valori RGB, definite in un certo spazio colore, che rappresentano i nostri dati di ingresso nella scatola nera. Da ciò che leggeremo in uscita speriamo di capire il funzionamento interno della stessa, ovvero di ACR.

Promemoria: la conversione in profilo

Cosa significa convertire un’immagine da un profilo a un altro? Semplicemente, significa ricodificare l’immagine in modo che i suoi colori possano essere interpretati correttamente in uno spazio colore diverso. In Photoshop questo avviene con un comando che trovate nel menu Modifica e che si chiama, appunto, Converti in profilo. Quando prendete il nostro file di test, che supponiamo venga aperto correttamente e mantenga i suoi valori cromatici (il suo profilo deve venire onorato, come si dice in gergo), e lo convertite ad esempio in Adobe RGB, i numeri che rappresentano i colori cambiano, ma l’aspetto dell’immagine rimane invariato (a meno che non ci siano problemi di gamut nella conversione). Il rosso che era definito da 255R0G0in sRGB diventa 219R0G0in Adobe RGB, ma è di fatto lo stesso colore. Il suo valore Lab, infatti, è 54L81a70in entrambe le versioni. Sappiamo che i numeri Lab esprimono i colori in maniera assoluta, ovvero senza dover ricorrere a un profilo, e la coincidenza delle due letture ci dice dunque che il colore non è cambiato. A volte il cambiamento è più complesso: 0R255G0in sRGB diventa 144R255G60in Adobe RGB, e questo può sorprendere. Il rosso si traduceva in un rosso puro, anche se di valore diverso, il verde invece acquista valori molto significativi anche nei canali R e B nella conversione. Perché? Questo accade perché la cromaticità del verde in sRGB è diversa rispetto a quella di Adobe RGB, mentre il rosso (e il blu, già che ci siamo) hanno la stessa cromaticità. Usando una terminologia che farebbe saltare sulla sedia l’amico Mauro Boscarol, potremmo dire in termini molto imprecisi che il rosso e il blu dei due spazi citati sono uguali, mentre il verde è diverso. L’importante è che abbiate afferrato il concetto e che non vi sorprendiate quando vedrete dei colori definiti come puri in un certo spazio trasformarsi in colori con tutte e tre le componenti in un altro spazio.

Il file di prova entra nella scatola nera

Apriamo il nostro file di prova in ACR. Il file, in origine, è stato salvato in formato tiff non compresso e incorpora, naturalmente, il suo profilo (sRGB). Per aprire il file in ACR ci sono un paio di modi; ve ne indico uno: dovremo verificare che nelle Preferenze di Photoshop, alla voce Camera Raw, sia selezionata la voce “Apri automaticamente i file TIFF con impostazioni”. A quel punto, da Adobe Bridge, utilizzeremo la voce Apri in Camera Raw che si trova nel menu File. O, se preferite, CMD-R su MAC (o CTRL-R su PC).

Il pannello Calibrazione fotocamera: controllate che l’algoritmo di elaborazione utilizzato sia il più recente (2012).

Il file si aprirà in ACR. Controllate che tutte le impostazioni siano azzerate e soprattutto che le curve di viraggio (secondo tab da sinistra) siano lineari. La cosa più importante da fare, però, è che apriate il pannello denominato Calibrazione fotocamera (terzo tab da destra) e verifichiate che la voce Elaborazione sia impostata su 2012. Questo è cruciale, perché ciò che vorrei discutere è legato a questa specifica impostazione. Più tardi andremo a verificare se i risultati sono coerenti con l’algoritmo di elaborazione precedente, denominato 2010.

ACR è una scatola nera, ma è abbastanza gentile – per quanto una scatola nera possa esserlo. Quali sono i nostri dati di input? I numeri contenuti nel file di prova. Quali saranno i dati di output? I numeri così come verranno inviati a Photoshop. Ma, sorpresa, possiamo dare una sbirciatina nelle viscere di ACR anche prima di ordinare al plug-in di aprire il file in Photoshop. Vediamo come.

I valori RGB dei colori così come li leggiamo in ACR.

Quelli che vedete qui sopra sono i valori restituiti dai campionatori colore disponibili in ACR. Il nostro file di prova ha nove aree, nove campionatori sono disponibili, quindi ne abbiamo posizionato uno in ciascuna area. Nell’ordine, per vostra comodità:

#1 = Rosso
#2 = Verde
#3 = Blu
#4 = Ciano
#5 = Magenta
#6 = Giallo
#7 = Grigio scuro
#8 = Grigio medio
#9 = Grigio chiaro

L’accesso alla finestra “Opzioni flusso di lavoro” in ACR.

Perché i numeri sono diversi da quelli di partenza nel nostro file sRGB? La risposta è un po’ complessa ed è facile fare confusione: i numeri che io ho ottenuto potrebbero essere diversi dai vostri. Il loro valore dipende da un’impostazione di ACR che potete selezionare nella parte più bassa della finestra generale del plug-in. Potete vedere il link (si presenta come tale) nell’immagine qui sopra: cliccando su di esso avete accesso alla finestra denominata Opzioni flusso di lavoro. In essa avete accesso a una serie di opzioni che al momento ci interessano relativamente, a parte una: la scelta dello spazio colore in cui volete esportare il vostro file.

Nel caso riportato qui sopra la mia scelta è ProPhoto RGB. I valori che avete visto in corrispondenza dei singoli campionatori sono, secondo ACR, i valori dei colori del file da noi aperto nel momento in cui andremmo a codificarli nel profilo prescelto. Se io scegliessi di esportare il file in Adobe RGB i colori sarebbero diversi: date un’occhiata ai valori dei campionatori riportati qui sotto con tale impostazione e confrontateli con quelli che avete visto poco fa per convincervene.

I valori dei campioni del nostro file con la preselezione del profilo Adobe RGB.

I profili a disposizione per l’output in ACR sono solo quattro, e non possono essere né cambiati né integrati: si tratta di Adobe RGB, ColorMatch RGB, ProPhoto RGB, sRGB. Quando selezioniamo un profilo per l’output, i dati presenti in memoria vengono convertiti in esso? Temo di no: le cose sono più complicate di così.

ACR, dichiara Adobe, lavora internamente con una variante del profilo ProPhoto RGB. I primari hanno le stesse cromaticità, ma il valore del gamma non è 1.8 come in ProPhoto RGB, bensì 1.0: ovvero, è un profilo a gamma lineare, noto anche come Linear ProPhoto. I motivi di questa scelta vanno al di là degli scopi di questo articolo e non li esamineremo, limitandoci a partire da questo assunto. Ciò che accade alla nostra immagine, quindi, è che al momento dell’apertura in ACR viene convertita in una strana variante di ProPhoto RGB e le operazioni vengono eseguite in tale spazio colore. I numeri che vediamo in corrispondenza dei campionatori e quando esaminamo l’immagine con il contagocce non sono le terne RGB attualmente contenute in Photoshop, ma una loro traduzione nel profilo prescelto per l’output.

Lo so, è complicato, ma non solo: ha delle ramificazioni che in questo momento forse non sospettate. E che non sono così chiare come vorremmo.

Mac is back

Mac è tornato. La faccenda diventa seria.

When I find myself in times of trouble, oops!, quando ho qualche dubbio amletico, mi appello a chi ne sa molto più di me. In particolare, al mio alter ego Mac Oliveight, nato dalla penna (elettronica) di Giuliana Abbiati. Qualcuno ricorderà il suo successo nella soluzione del caso di un famoso omicidio cromatico perpetrato su una foresta dolomitica, illustrato in un videocorso su CMYK pubblicato da Teacher-in-a-Box. Ebbene, Mac è tornato – Mac is back, perché a un certo punto mi sono scontrato con un problema che non riuscivo in alcun modo a capire e che vorrei sottoporre alla vostra attenzione dopo averlo sottoposto alla sua. Spero che questo non influenzerà la vostra opinione, ma mi piacerebbe che ascoltaste prima cosa ha detto a proposito dei campionatori che avete visto poco sopra. Come sempre, le sue analisi guardano prima all’aspetto globale del problema per poi scendere nel dettaglio. Ascoltate.

Non sorprende che Adobe abbia scelto una variante di ProPhoto RGB come punto di partenza per le elaborazioni in ACR. Profili come sRGB hanno un gamut troppo ristretto e la scelta di utilizzare uno spazio con un gamut più esteso è logica. La domanda che mi farei è però questa: come si comportano gli strumenti in comune tra Photoshop e ACR, come ad esempio le curve, quando si opera con essi allo stesso modo nei due diversi ambienti?

La cosa che mi piace di più delle domande di Mac è che nascondono questioni profonde sotto una semplicità apparente. Quando esprime o sottintende un’opinione sbagliata, confutarlo è semplice – di solito: si prova a verificare se ciò che ha affermato è vero o falso e si arriva facilmente a una conclusione. La cosa che io farei a questo punto, prima di disturbare le curve è di confrontare la conversione in profilo come viene operata da ACR e da Photoshop direttamente. Credo di avere pensato un metodo sicuro: apro il file originale (sRGB) direttamente in Photoshop, lo converto in ProPhoto RGB e leggo i numeri. Se coincidono con quelli dei campioni di ACR, la conversione è fatta bene. Altrimenti, no.

Un brutto momento, quando le cose non tornano.

Detto, fatto: apriamo il file originale in Photoshop, onorandone il profilo. I numeri sono quelli che ci aspettiamo. Ora convertiamo il documento da sRGB in ProPhoto RGB e iniziamo a leggere i valori con il Pannello Info. Le terne coincidono tutte con quelle che abbiamo letto in ACR, a parte piccole oscillazioni casuali di un punto al massimo che possiamo imputare a errori di arrotondamento e che sono assolutamente normali. Un momento… ho sbagliatoCoincidono tutte, tranne una – quella del giallo. Non ha senso che vi mostri le altre terne, ma questa sì. Il valore che in origine (in ACR) veniva tradotto in 242R251G84B ci appare qui come 235R251G84B, con una discrepanza di ben sette punti nel canale R. Sette punti in ProPhoto RGB non sono una variazione trascurabile: il gamut enorme di questo spazio si ripercuote sul fatto che variazioni anche piccole dei numeri si traducono in spostamenti cromatici notevoli.

Riassunto: ACR opera una conversione a ProPhoto RGB, ma sbaglia clamorosamente in un valore su ventisette (vi ricordo che ci sono nove terne). Tutti gli altri numeri sono rispettati. Io, personalmente, ci capisco poco: da cosa dipende questo fatto? Qui ci vuole Mac, di nuovo.

Oh, è molto strano… molto strano davvero. Ma sto pensando che c’è un modo per capire se questo è un profilo diverso o se si tratta semplicemente di una caratteristica del programma. Sai, “caratteristica” perché… oggi non si può più usare l’orribile parola “bug”, si arrabbiano tutti. “Feature” è il termine che si sente girare, a volte. Come facciamo? Semplice: apriamo il file originale in ACR, lo passiamo a Photoshop istruendo ACR a fornirci un documento ProPhoto RGB come output e verifichiamo i numeri. Se i numeri di arrivo sono diversi da quelli forniti dalla conversione diretta in Photoshop, avremo la prova che esiste un problema chiaro; diciamo che in quel caso avremo scoperto un, ehm, una feature del programma. Una feature interessante, perché il giallo sviluppato da ACR sarà diverso da quello originale. Ma non ci voglio credere, naturalmente.

Occhio con quel rasoio, Mac…

Mac ha ragione: dobbiamo fare così, ci piaccia o no. Il suo rasoio, che è poi il rasoio di Occam, non perdona: solo ipotesi essenziali, senza nulla di aggiuntivo – se altre ipotesi sono ridondanti vanno tagliate senza pietà. Scientificamente è un metodo che mi sembra ineccepibile, anche perché stiamo confrontando numeri e poche cose sono confrontabili come i numeri. Quindi, procediamo. Apriamo il file originale in ACR e selezioniamo (a meno che non sia già selezionato) lo spazio colore ProPhoto RGB dalla finestra Opzioni flusso di lavoro accessibile cliccando nella parte centrale in basso della finestra. Questo istruisce, appunto, ACR ad inviare il file a Photoshop già codificato nel profilo ProPhoto RGB. Se scegliessimo, per dire, Adobe RGB, otterremmo un file in tale spazio colore.

ACR ritiene che esistano due ProPhoto RGB diversi.

Sorpresa ulteriore: il file aperto in ProPhoto RGB ha esattamente gli stessi valori che si leggevano in ACR, a meno della solita microvariazione di un punto. In altri termini: tutti i colori vengono convertiti esattamente come se la conversione in profilo avvenisse in Photoshop, tranne il giallo. Questa conversione, a differenza di quella di Photoshop, traduce 255R255G0in 242R251G83B. Dimentichiamo la discrepanza di un punto nel canale B rispetto a prima, che è un arrotondamento casuale dovuto probabilmente a una qualche forma di dithering: si conferma che siamo fuori di ben sette punti in R. E questo, per noi significa una cosa sola: i due gialli sono diversi. Questo è un problema, temo. Se siete confusi quanto me, tento di riassumere.

Ricapitolazione

La scelta dei profili di output in ACR.

Siamo partiti da un file contenente i numeri che sapete, in sRGB. Lo abbiamo convertito in ProPhoto RGB in due modi: con una conversione diretta in Photoshop e con una conversione passando per ACR. La differenza cruciale è che c’è una conversione in mezzo: quando apriamo il file in ACR esso viene comunque temporaneamente convertito in un profilo interno che, come abbiamo visto, assomiglia terribilmente a ProPhoto RGB. In quello spazio colore facciamo tutte le nostre lavorazioni in ACR. Poi c’è la conversione successiva, quella che avviene quando il file viene inviato a Photoshop: e lì siamo noi a decidere quale profilo utilizzare, potendo scegliere tra i quattro che vedete nell’immagine. Ebbene, due conversioni in ProPhoto RGB (direttamente in Photoshop e tramite ACR) danno risultati diversi.

Quanto diversi? Parecchio. Il valore Lab del giallo che si ottiene nella conversione diretta in Photoshop è 98L(16)a93b, che è esattamente il valore Lab corrispondente al colore definito da 255R255G0in sRGB. Ovvero, nella conversione effettuata direttamente in Photoshop il colore non cambia. Il colore che si ottiene tramite lo sviluppo effettuato in ACR è invece caratterizzato dalla terna 98L(11)a94b. La componente in a è più bassa, quindi è un giallo più caldo (meno verde significa più magenta). La differenza è visibile? Non è solo visibile: è molto evidente sul normalissimo monitor di un iMac, in condizioni normali di osservazione. Non posso mostrarvela qui, però: il giallo prodotto da ACR è fuori dal gamut sRGB e viene ridotto al giallo originale nella conversione a tale spazio: perché io, dovendo caricare qui immagini sRGB per compatibilità di browser, non sono in grado di farvi vedere la differenza – ma potete provare personalmente.

In realtà le cose non tornano alla perfezione neppure con altri profili colore, non solo con ProPhoto RGB; ma con esso la discrepanza è più forte che con altri.

Le paure di Mac

La reazione di Mac a questa notizia è stata di perplessità.

Il fatto che un colore non venga mantenuto in un passaggio molto semplice che consiste in una doppia conversione in profilo è preoccupante. Soprattutto perché questo getta una luce su un, ehm, una feature di ACR della quale non si comprendono bene le ramificazioni. Fino a che punto questa discrepanza nell’interpretazione di certi colori si può propagare? Cosa accade quando con una curva andiamo a toccare aree che cadono vicine a quella a rischio che pensiamo di avere individuato? Perché questo potrebbe anche mettere in discussione l’opportunità di curvare un’immagine in ACR rispetto a fare la stessa operazione in Photoshop. Io non so, non vorrei insinuare, ma forse sarebbe il caso di fare qualche indagine precisa in questo senso…

Aspetterei un vostro feedback prima di procedere. Secondo voi Mac ha ragione o conviene lasciar perdere, far finta di nulla e non preoccuparsi troppo di questa cosa? E, in subordine, sia io che Mac crediamo di avere seguito una procedura corretta – ma vedete per caso qualche, ehm, feature nel nostro ragionamento?

Siparietto finale

Vi risparmio i dettagli, ma il, ehm, la feature è una novità di ACR 7. Ricordate la mia raccomandazione di impostare il parametro Elaborazione all’algoritmo 2012, nuovo in ACR 7, all’inizio? Ho provato a rifare tutto con l’algoritmo 2010; e anche con quello del 2003. I risultati sono corretti, in entrambi i casi: nessuno spostamento cromatico – le due conversioni coincidono. Ma quanto belle sono le features a sorpresa?

Grazie per l’attenzione, come sempre!
MO

21 pensieri su “La scatola nera di Adobe Camera Raw – pt. 1”

  1. Buonasera Marco!
    Sono immerso da due ore abbondanti tra i suoi “saggi” e credo proprio che questo di camera raw sia fresco fresco!
    Leggo subito immaginando che sarà interessantissimo!
    Un regalo molto ma molto gradito, grazie!!

    Manuel

    1. Grazie Manuel – sì, è stato in cantiere per un po’ ma l’ho pubblicato solo stasera. È molto diverso dagli altri, credo. Speriamo che il regalo non sia una “feature”! 🙂 (vedasi articolo per chiarimenti…)

  2. il Gamma più basso di 2.2 che dovrebbe avere questo “parente” di ProPhoto RGB che traffica nelle viscere di ACR mi ha fatto pensare a profili “cugini” di ProPhoto RGB come Melissa RGB e ProStar RGB (ho pensato più a quest’ultimo in realtà)…può centrare qualcosa o sono totalmente fuori strada ? puoò avere un senso la mia osservazione ?

    1. Sì, ma c’è un problema. Anch’io avevo sentito “voci” che ACR usasse Melissa RGB. Melissa RGB è, in sostanza, ProPhoto RGB con il gamma di sRGB. Occhio a non fare confusione: il gamma di sRGB e Adobe RGB è 2.2; il gamma di ProPhoto è 1.8. Quei valori nei campioni grigi (64 che si trasforma in 49, etc) sono tipici nella conversione da gamma 2.2 a gamma 1.8. In altri termini, ACR usa ProPhoto. Se anche usasse un ProPhoto modificato nei primari o per qualche motivo avesse delle regole di somma diverse dal ProPhoto solito, no problem. Il problema è che quando tu chiedi di passare da sRGB a ProPhoto ad ACR dà dei valori molto diversi nel giallo rispetto a quello che fa Photoshop. Nella versione 2010 e nella 2003 erano identici. Quindi è cambiato qualcosa. Ma non si capisce perché dovrebbe essere così; perché, tornando indietro, se i valori del “ProPhoto” che ACR 7 (2012) esporta (virgolette obbligatorie) sono identici a quelli con cui fa i conti, allora… il profilo di lavoro è ProPhoto, ma allo stesso tempo non lo è perché non ha i numeri giusti: ci sono dei colori in gamut che cambiano, e non ha molto senso. Insomma, è una feature :-).

  3. Grande! Marco, questa volta, se non ti offendi, il merito va anche a Mac Oliveight. :-). Avevo già apprezzato la sua presenza nel video su CMYK. Vedo con piacere che non ha perso di lucidità; spero di ritrovarlo presto.
    Il metodo scientifico applicato alla Correzione Colore e a Photohop: è probabilmente questo il punto di forza dei tuoi articoli. Quella che fai è divulgazione scientifica. E la fai bene. Seguirti è un piacere. Ed è arricchente.
    Ancora grazie!

  4. Quella delle “features” temo diventerà il tormentone dell’inverno (ma non li facevano di estate?)……:-))))))

  5. Date le mie scarse conoscenze non sono in grado di capire, per esempio, quanto questo problema possa influire su una normale immagine.
    Ad ogni modo resterò in attesa per vedere cosa succede 🙂

    Manuel

  6. “Feature is the way” 😀 interessantissimo l’accostamento della scatola nera Marco, ha reso l’intero discorso molto semplice da seguire.
    Sono d’accordo sull’idea del “perchè fare in photoshop ció che (forse) ACR farebbe meglio?” dico “forse” perchè appunto è ancora da vedere.Peró se questo permetterà di guadagnare tempo nel flusso di lavoro e qualità non è cosa da poco, credo.
    Come umile allieva *_* resto in attesa dei vostri commenti e sviluppi, son davvero curiosa di vedere i risvolti di questa interessante considerazione 🙂

    Paoletta

    1. Paoletta, grazie del commento. Io non ho mai fatto mistero di essere più schierato dal lato di Photoshop che di ACR o Lightroom. I motivi sono vari: ho più controllo su ciò che faccio e in generale non ho bisogno di processare quantità enormi di immagini in breve tempo; questa è però un’esigenza di molti fotografi che da sola giustifica l’utilizzo di Lightroom o lo spostamento del flusso di lavoro verso ACR. Ho anche conosciuto situazioni, una in particolare, in cui è di fatto impossibile pensare di lavorare in raw semplicemente perché la massa di immagini prodotte è così enorme che i tempi di lavoro finirebbero di allungarsi anche solo a causa dello sviluppo… quindi penso che si debba esaminare caso per caso quali sono le problematiche. ACR 7 ha di fatto modificato in parte la mia posizione, perché alcune delle nuove caratteristiche sono effettivamente allettanti, e questo software, così come Lightroom, in un certo senso ha viaggiato più velocemente di Photoshop, introducendo alcune caratteristiche che nel programma principale ancora mancano. La domanda che realmente mi sta a cuore però è l’opposta di quella che fai tu: “perché fare in ACR ciò che Photoshop (forse) farebbe meglio?” Penso più alla qualità che alla velocità, in questo caso. Il problema è che non sono al corrente di studi precisi su come le cose funzionino nei due software. Personalmente non mi accontento del fatto che un reparto di marketing mi informi (a caso) che le nuove curve in ACR producono risultati più qualitativi di quelle in Photoshop: voglio vedere la differenza coi miei occhi. Se è vero, ben vengano le curve utilizzate in ACR, nei limiti del possibile (sono solo RGB); se non è vero, è meglio saperlo e bypassare quella funzione, tra le tante che ACR offre. Insomma, vorrei avere una mappa dei punti di forza e di debolezza e vedere se è possibile costruire un flusso di lavoro che sia realmente “fotografico” e che possa fornire la massima qualità nel minor tempo possibile. Perché mi rendo conto che alcune delle cose che io tenderei a fare sono fuori causa in certi contesti, proprio per ragioni di tempo, budget ed efficienza. Sarà un lavoro lungo, ma io ho pazienza. 🙂
      Grazie ancora!

      1. Perfetto, è proprio quello che volevo sentirmi dire.
        Per niente a favore di ACR (povero ACR) sono a favore di PS u.u lo preferisco perchè mi lascia molto molto più spazio e controllo sull’immagine; peró come dire, se avessi a disposizione uno strumento di cui ben so i punti di forza e i punti di debolezza avrei una capacità tale da comprendere quando utilizzarlo e come in modo da ottenere il migliore risultato e quindi adottarlo a colpo sicuro nella situazione giusta!
        Un po’ come scegliere la “cura” giusta al nostro problema. A noi interessa recare sollievo al nostro ipotetico fastidio e vogliamo che la cura agisca nel migliore dei modi e (in questo caso dell’esempio) magari anche in fretta, perciò conoscere le proprietà di un medicinale “x” ci permetterà di preferirlo a discapito di altri ( sempre utili,ma non così efficaci per quello che serve a me in quella precisa circostanza).
        In sostanza penso stiam dicendo la stessa cosa 😀

        Grazie a te Marco 🙂

  7. Grazie, grazie, grazie. il linguaggio, l’esaustività, l’accuratezza e la simpatia con il quale viene trattato questo spinoso argomento mi hanno messo di buon umore. Non sono un professionista e ne capisco poco. Però sono un “precisionista” 🙂
    Il mio pallino è far stampare foto i cui colori sono quello che vedo a monitor….ma questo è un altro discorso che se sto imparando bene, è quasi impossibile da realizzare per un amatore.
    Tuttavia questa conversazione, che illustra anche dei capisaldi della “fotocromia” (si dice?) ci fa capire meglio tante cose. E’ sbalorditivo trovare un’analisi così chiara sul flusso di lavoro ACR/PS.
    Voglio nuovamente ringraziarti nella speranza che questo ed altri apprezzamenti ti diano la carica per continuare su questa dissertazione. Nel caso avessi necessità di aiuto (sinceramente non saprei nemmeno come dartelo dal momento che ti [concedimi il tu] ho inquadrato – PEG come si dice in inglese – tra gli onniscenti della materia. E concludo come ho iniziato. Grazie, grazie, grazie. Diego

    1. Diego, ti ringrazio ma c’è un grave errore di fondo in quello che scrivi: se fossi un “onnisciente della materia” potrei semplicemente dire «guardate, le cose vanno così e così, e questo è il motivo». Purtroppo non è vero; anzi, se scrivo questi articoli è proprio perché tento di capire qualcosa in più. Se servirà solo a me e ad altre tre persone, non lo so; ma a me importa avere un’idea chiara e un modello che non sia preconfezionato in base a qualche hype di marketing.
      In merito alla corrispondenza tra monitor e stampa, la cosa è (a volte) impossibile da realizzare per chiunque. Alla base di tutto c’è naturalmente un grosso problema che viene risolto dalla gestione del colore. Ma anche la gestione del colore non può nulla nei confronti del fatto che il monitor è retroilluminato e la stampa venga invece visualizzata grazie alla luce che incide su di essa. Al punto che, naturalmente, esistono due metodi colore distinti per descrivere il processo – RGB e CMYK. In tutta la storia della fotografia, e lo so perché ho avuto la fortuna di vedere in azione una camera oscura a colori da quando avevo undici anni, grazie all’hobby di mio padre, nessuno si è mai sognato di chiedere che la stampa Cibachrome, per esempio, fosse identica alla diapositiva originale: si chiedeva che fosse compatibile, ma questa è tutt’altra cosa. Oggi sembra che se una stampa non è la copia fisica del monitor sia una cattiva stampa, e se è vero che la tecnica ha fatto passi da gigante è anche vero che è come chiedere a una pera di assomigliare a un limone: e ibridare, se mai è possibile, non è una grande idea. Ne uscirebbe un perone, che è un osso della gamba e non un frutto… 😉
      Grazie davvero dei tuoi commenti, spero di rileggerti su queste pagine presto!

  8. Certo che ti rileggerò, con famelica attesa attendo altre tue pillole di saggezza.
    Hai ragione anche sul discorso della stampa. Purtroppo mi sono imbattuto in situazioni imbarazzanti dove la stampa , a livello di colore, non era nemmeno lontanamente paragonabile a quella vista a video e non vorrei più appendere obrobri di questo tipo. Anzi, se in privato sai darmi indirizzi dove a Roma stampano sapendo quello che fanno te ne sarei grato.
    Orsù, coraggio, mani sulla tastiera che tutti noi attendiamo…
    Comunque, come credo già saprai, in rete non si trova nulla simile alla cosa bella che hai fatto te.
    diego

  9. Ciao Marco, ho letto con attenzione il tuo articolo e devo dire che due punti sono alquanto interessanti, e che stimolano di conseguenza due domande;
    1 – visto la grande diffusione dei programmi adobe, sopratutto LR4 per i lavori fotografici, sarebbe il caso che d’ora in poi il settaggio ottimale delle mie reflex sia su adobe RGB? Visto che la campionatura in post dei vari canali dovrebbe essere più ottimale nel ricavare i colori secondari come il ciano, il magenta, giallo, ecc.
    2 – RGB e CMYK, queste due sigle mi hanno stimolato ricordi sulla “quasi” rivoluzione dei televisori Sharp della serie Aquos, dove veniva e viene enfatizzata la quadricromia con l’aggiunta del giallo e conseguente stupore visivo di questo quarto colore che, ti spiaccica sugli occhi una realtà visiva strabiliante.
    E da profano noto che ACR7, nella sua semplicità metta in risalto proprio quelle calibrazioni per ottenere quei 9 toni supplementari di cui l’occhio ha bisogno; quindi perchè selezionare Prophoto nell’outpout e non continuare con Adobe Rgb? Che sia questo il problema? Una discrepanza tra imput e outpout?
    Mi sono perso qualche passaggio?

    1. Dorian,
      cerco di rispondere sinteticamente.
      1) Il settaggio delle tue reflex è rilevante solo se non scatti in raw, ovvero se produci dei files jpeg direttamente in macchina. Oppure, naturalmente, se produci sia un raw che un jpeg; in sostanza, se ciò che fai è scattare solo in formato raw non è rilevante che profilo utilizzi perché questa decisione viene posticipata fino al momento in cui il file viene sviluppato. Se il tuo metodo di lavoro prevede la produzione di un jpeg io suggerirei l’utilizzo di Adobe RGB semplicemente perché hai un gamut più ampio. Ma, a seconda del tipo di lavoro che devi fare dopo e soprattutto di quale output miri ad avere, potrebbe (notare il condizionale!) anche avere senso la scelta opposta. Molto dipende anche da che tipo di operazioni devi fare in post-produzione. Conosco professionisti che hanno la necessità di scattare e mettere grandi quantità di foto sul web con pochissimi interventi in post; a quel punto sRGB è una scelta assai sensata.
      2) C’è un problema di fondo, qui. Quando parliamo di quadricromia ci riferiamo sempre al procedimento di stampa offset (o simili), e i quattro colori CMYK si riferiscono agli inchiostri. Nel caso del televisore che citi erano i fosfori ad avere un colore in più – in pratica, RGBY. Non conosco i dettagli di come funziona questo sistema, anche se ricordo bene la serie che citi quando venne pubblicizzata, ma credo che il senso sia questo: in RGB, il giallo è costruito sulla base del rosso e del verde, con eventualmente una piccola parte di blu per desaturarlo (il blu “uccide” il giallo, in RGB). Introducendo la possibilità di avere degli illuminanti gialli, si riduceva la necessità di avere R e G sempre vicini al massimo in questo colore; ovvero, si faceva ricadere su un quarto elemento dedicato la responsabilità di creare il giallo – o parte di esso. Mi immagino che poter lavorare con R e G meno spinti desse dei vantaggi in termini di resa delle sfumature. E va anche ricordato che, soprattutto a livello televisivo, il giallo è una componente fondamentale per la resa di uno dei soggetti più comuni – i volti umani. Ha molto più senso aggiungere un elemento Y piuttosto che un elemento C, visto che il ciano è molto meno diffuso in natura. Questo però non ha nulla a che fare con la quadricromia come la intendiamo nel processo di stampa.
      Infine, cosa selezioni in output da ACR è abbastanza irrilevante nel momento in cui è un profilo che soddisfa le tue esigenze. In un sistema con una corretta gestione del colore, non dovresti notare alcuna differenza tra un’immagine sRGB, Adobe RGB e ProPhoto RGB – partendo dal presupposto, naturalmente, che non ci siano colori fuori gamut in nessuno di questi spazi, altrimenti la differenza si nota eccome. Se da un lato è sensato non convertire da un profilo all’altro inultilmente, dall’altro si può dire che delle conversioni fatte come si deve e con cautela non danneggiano l’immagine, o lo fanno in misura così minima che la differenza non è percettibile a occhio nudo. Molti fotografi amano ProPhoto RGB perché il suo gamut è così esteso; e va detto che ci sono buoni motivi per usarlo così come, in altri contesti, alcuni buoni motivi per non usarlo. Le scelte sono molto individuali e sono tutte valide nei rispettivi contesti. Personalmente io tendo a lavorare in Adobe RGB, ma se dovessi fare una classifica di come arrivano i files che ricevo dall’esterno direi che sono 70% sRGB, 25% Adobe RGB, 5% ProPhoto RGB. In questo senso, probabilmente a causa dello strapotere del web e del fatto che pochi realmente applicano come dovrebbero la gestione del colore (e sRGB è quasi sempre un default, in vari contesti e vari programmi), la decisione su quale profilo sia più diffuso è già stata presa automaticamente.
      Grazie per le tue osservazioni!

  10. Complimenti davvero per questo e tutti gli altri articoli del blog.
    Quindi questa feature essendo anche su Ligthroom ha lo stesso problema risolvibile con ELABORAZIONE 2010 o 2003?

    1. Marco, grazie del commento e scusami per la risposta tardiva. Onestamente non ti so rispondere: non ho più verificato, né le nuove versioni di ACR, né tantomeno quelle di LR. A memoria, LR non presentava il problema all’epoca in cui ho scritto l’articolo. Poi non ho più approfondito.
      A presto!
      MO

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