La risoluzione per analfabeti: e poi che sia finita

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Andiamo diritti al punto. Ho contato le piastrelle del soggiorno: sono 11 lungo un lato e 13 lungo l’altro. In totale, 11 x 13, ovvero 143. Ho deciso di porre in palio €1.000.000 per chiunque sia in grado, usando esclusivamente questi dati, di dirmi quanto misura la superficie della stanza in metri quadrati. Avete letto bene: un milione di Euro. Ve li regalo.

Certo, sto facendo lo strillone come tanti blogger rampanti che si occupano di grafica. Vi ho incuriositi, vero? No, non è per vendervi i miei tutorial, ma per farvi andare avanti. Così forse si arriverà in fondo a questa cosa, una volta per tutte, e magari 100 persone in più inizieranno a capire una faccenda che ormai puzza per quanto è rimasticata e male interpretata. Questa benedetta risoluzione, questi idiotissimi PPI, questi insopportabili DPI. Siccome le spiegazioni tecniche non interessano più a nessuno, proviamo in altro modo. Appello:

Tu! Ehi, tu! Giovane creativo con software illegali! Giovane fotografo innamorato di paesaggi psichedelici e fagiana! Io te parlare semplice così tu capire. Tu arrogante, saccente, che aprire blog per insegnare a tuoi simili! Tu che non conoscere ortografia! Tu che inventare grammatica! Tu che no spik inglisch! Tu avere diritto di restare ignorante, craccare software, fotografare fagiana e post-produrre male: io provare dolore, ma tu avere diritto. Ma tu non avere nessun diritto di insegnare tua ignoranza a tuoi simili, né di offendere mia intelligenza. Se tu insistere fare questo, io usare mio strumento segreto, che mio Photoshop di Neanderthal avere, e tuo no: strumento Clava. Io prendere strumento Clava e abbassare su tua zucca. Dopo rimbombo dovuto a vuoto, tua zucca fare molto male. In zucca aperta, però, entrare scienza e tu iniziare capire. Se tu desiderare capire senza clava, leggere seguito. Grazie.

Dal punto di vista del milione di Euro promesso, i miei sonni sono tranquilli e la mia banca è più tranquilla di loro: nessuno vincerà mai questo premio, perché a questa domanda non si può rispondere. Le piastrelle sono oggetti: posso contarli, ma non posso calcolare la dimensione della stanza – fino a che non so che una piastrella è, ad esempio, quadrata e ha 25 cm di lato. A quel punto il problema è banale. Ma fissiamo un concetto di base: un oggetto non è una misura, mai.

Qualcuno potrebbe obiettare: giusto, ma se affermiamo a priori che le piastrelle sono quadrate e hanno il lato di 25 cm, di fatto usiamo un oggetto come unità di misura. Vero, ma una misura, nascosta da qualche parte, esiste. Sapete quale parametro utilizzerei? Lo invento qui, su due piedi: il ppm. Ovvero, piastrelle per metro. Ha un nome, preciso: si chiama densità lineare di piastrelle. Risponde alla domanda: quante piastrelle stanno in un metro? Vediamo: un metro ha 100 cm, una piastrella è 25 cm, quindi ne servono esattamente quattro per costruire un metro lineare di pavimento: 100 / 25 = 4. Meraviglioso: ho un pavimento da 4 ppm. Sono felice: se voglio, posso calcolare l’area della stanza, senza problemi. Posso perché finalmente ho una misura.

Ho anche un monitor, sulla scrivania dello studio. A dire il vero ne ho diversi: il mio EIZO, il monitor del MacBook Pro, e a ben guardare anche quello dell’iPhone, oltre al televisore. Anche un iPad, da qualche parte. Hanno tutti dimensioni fisiche diverse. Ciascuno di essi è composto da pixel, in quantità variabile. Un monitor è come una stanza, i pixel sono come piastrelle. Posso contarli, e se con un righello misuro le dimensioni del monitor riesco a calcolare la dimensione di ciascun pixel – sono tutti grandi uguali, naturalmente, come le piastrelle. Posso anche calcolare quanti pixel servono per fare un metro, un centimetro o un pollice lineare di monitor: l’unità la decido io, come mi è comodo.

Oggi mi sento esotico, anzi britannico: e scelgo il pollice – inch. Un pollice corrisponde a 2,54 centimetri, è un’unità come un’altra. Faccio il conto e scopro che il mio monitor ha una densità di 94 piastrelle, scusate, pixel per pollice. M’invento una nuova unità di misura, e la chiamo PPI: Pixel per inch, pixel per pollice. Scrivo: 94 PPI. Misuro per curiosità anche quella del mio iPhone: 401 PPI. Ma però, quanti pixel impacchettati assieme, devono essere piccini… notevole.

Insomma: ogni dispositivo ha un numero che caratterizza la dimensione dei suoi pixel. Potremmo anche specificare la dimensione reale dei pixel, sarebbe solo un altro modo di esprimere lo stesso concetto. Ma i PPI sono comodi, e li usiamo.

Ora, apriamo un’immagine in Photoshop. Il programma ha un menu che si chiama Immagine. Una delle voci si chiama Dimensione immagine. Se la selezioniamo, si apre una finestra:

Leggiamo bene dall’alto. C’è un peso espresso in MB – non c’interessa molto. Ci sono delle dimensioni espresse in px, che significa pixel: indicano che questa immagine ha 2480 px in larghezza e 3.508 in altezza. Sotto ci sono tre voci: la larghezza e l’altezza espresse in centimetri (o nell’unità che scegliamo noi dal menu) e la cosiddetta risoluzione, espressa in pixel/pollice. Ovvero, i nostri PPI. Mannaggia a loro: le hanno dato lo stesso nome di quella del monitor. E anche lo stesso simbolo. Quindi dev’essere la stessa cosa, no?

Sarò diplomatico, userò una sola parola.

Mi spiace, non è la stessa cosa. Cosa significa, dunque? Significa che se prendiamo quell’immagine e la rappresentiamo su un dispositivo che abbia una risoluzione fisica di 300 PPI, la vedremo grande 21 x 29,7 cm. “Ehi, aspetta però: il mio iPhone ha 401 PPI…” Benissimo. Cambiamo il numero nella casella denominata Risoluzione (senza che la casella Ricampiona sia attiva) e larghezza e altezza cambieranno, ma NON il numero di pixel.

“Un attimo… il mio iPhone non è largo 16 x 23 centimetri, l’immagine non ci sta.” Giusto: verrà semmai ridimensionata al momento della visualizzazione – quello è un altro discorso. Ma se ipotizziamo di avere un dispositivo abbastanza grande con una risoluzione di 401 PPI, la dimensione dell’immagine sarà quella che si vede nelle caselle: 15,71 x 22,22 cm. Se si fa ancora fatica a capire, abbiamo semplicemente realizzato un pavimento con lo stesso numero di piastrelle di prima, ma più piccole, e i lati sono più corti.

Dove sta la difficoltà? Nel fatto che chiamiamo “risoluzione” una cosa che non lo è. Nel caso del file, non c’è nessuna risoluzione reale, perché i dati dell’immagine non sono oggetti reali. Sono numeri, che hanno bisogno di un monitor per essere rappresentati.
In ogni pixel fisico vengono accesi i sub-pixel in base a ciò che l’immagine richiede: un dato dell’immagine, un pixel – sempre se rappresentiamo al 100% di scala.  Il monitor ha pixel, i pixel sono oggetti reali, dalla dimensione che hanno dipende quella dell’immagine che vedremo. Non è difficile, vero?

Per questo motivo, una volta per sempre: il parametro denominato PPI non influenza in alcun modo, ripeto, non influenza in alcun modo la rappresentazione a monitor di un’immagine. Serve solo per prevedere la dimensione in uscita, perché i pixel sono oggetti (come le piastrelle), non sono un’unità di misura sottomultipla del metro o qualcosa del genere.

Ora, quel parametro così mal definito, viene sempre scritto con la sigla DPI. Si tratta di un’altra colossale confusione: DPI sta per Dots per inch, dove la parola “dot” indica il punto d’inchiostro che una stampante deposita sulla carta. La trafila è la stessa: quanto è grande il punto? Quanti punti stanno in un pollice? E via così.

Quel parametro indica come una stampante è in grado di lavorare, ma non indica nulla, assolutamente nulla di relativo a un file. Una stampante può stampare a 360 DPI, oppure a 720 DPI, o ancora a 1.440 DPI, 2.880 DPI… a seconda della qualità su cui la impostiamo. Cosa c’entra con un file? NIENTE. Un file non ha DPI: ha solo PPI, e questi non sono altro che un fattore di scala. Non influenzano in alcun modo la qualità dell’immagine, che dipende solo dal numero di pixel.

Dire che mandiamo in stampa il file a 300 DPI è affermare un’assurdità. Intendiamo, semmai: 300 PPI. La stampa avrà i DPI che ha, a seconda del modello e del tipo di stampante, di come la imposteremo. Fine. Per pura curiosità, di solito si considera “qualità fotografica” per una stampante a getto d’inchiostro una risoluzione da 1.440 DPI in su. Altro che 300 DPI per la stampa perfetta. E il secondo DPI, quello dei 300 per capirsi, è proprio una sigla sbagliata. Non significa: NIENTE.

Dire che 300 PPI, ora che forse abbiamo capito la sigla, sono necessari per la stampa mentre per il Web bastano 72 PPI, significa non avere ancora capito nulla. La prima affermazione è assurda finché non diciamo quanto grande dev’essere la stampa. La seconda è errata perché sul Web una terna RGB viene rappresentata in un pixel, e quel pixel sarà grande quanto sarà grande, a seconda del dispositivo.

300 x 300 px su un monitor EIZO e 300 x 300 px su un iPhone sono la stessa quantità di pixel: solo che sul primo appariranno più grandi, sul secondo più piccoli. Il parametro scritto nel file viene ignorato, perché non c’è conversione alcuna in unità lineari.

Provate: aprite un’immagine qualsiasi e impostate la risoluzione che volete, senza ridimensionare nulla (ricampionare, è il termine tecnico). Salvatela. Duplicate l’immagine e modificatene la risoluzione, sempre senza ricampionare. Salvatela. Aprite le due immagini in un browser qualsiasi. Dove sono le differenze? Un’immagine con scritto dentro “300 PPI” ha gli stessi dati di una sua copia con scritto dentro “1 PPI”. Quindi, la piantiamo?

Insomma, in sintesi:

  • PPI: in un dispositivo, indicano quanti pixel sono contenuti in un pollice lineare, ovvero la risoluzione del dispositivo.
  • PPI: in un file, indicano quanto grande sarà la riproduzione dell’immagine su un dispositivo con quella risoluzione. Non è un parametro che misura la qualità dell’immagine.
  • DPI: in una stampante, indicano quante gocce d’inchiostro sono contenute in un pollice lineare, ovvero la risoluzione di stampa.
  • PPI e DPI non sono in alcun modo connessi tra loro.

L’unico scopo dei PPI in un file è prevedere le dimensioni in uscita quando si utilizzano unità lineari: centimetri, metri, pollici, quel che volete. Servono, ad esempio, per sapere quanto spazio un’immagine (misurata in pixel) occuperò su una pagina in InDesign (misurata in centimetri). Basta, fine. E se in InDesign ridimensionate l’immagine? Cambiano i PPI. Possibile che diamo peso a un numero che è puramente informativo?

Esistono poi regole euristiche che suggeriscono quale valore di PPI sia opportuno per una stampa di certe dimensioni, ma la regola universale dei 300 PPI è errata: il valore dipende solo dalle dimensioni di stampa e dalla distanza dalla quale la osserveremo. Chi volesse approfondire può farlo qui.

E adesso, veramente, basta: non se ne può più, almeno l’ABC deve essere chiaro. Se si vuole continuare a ignorare le regole elementari della matematica (perché questo è), nessun problema: ma chi vuole farlo eviti per favore di insegnare cose sbagliate agli altri. Non interverrò mai più su questo argomento in pubblico o in privato perché è ormai nauseante oltre ogni limite. E siamo, davvero, prossimi all’analfabetismo tecnico, che alcuni si ostinano pure a insegnare senza alcuna vergogna. Temo che sia la prima volta della storia che analfabeti insegnano a scrivere ad altri analfabeti: e non promette bene, devo dire.

MO

32 commenti su “La risoluzione per analfabeti: e poi che sia finita”

  1. Questo è vangelo: bisognerebbe tradurlo in tutte le lingue del mondo e portarlo a tutte le genti (al limite in punta di spada).

  2. Ti volevo ringraziare per le belle risate che mi hai fatto fare questa mattina!
    Ormai su questo argomento non ci rimane che buttarla sul ridere per non piangere… Nonostante tutti gli sforzi che puoi fare per far passare il concetto, prima o poi c’è qualcuno che ti chiede “a quanti DPI devo salvare le mie foto per il blog?” Per non parlare dei presunti esperti grafici poi che ti chiedono espressamente file con quello o quell’altro valore…

    1. Meno male che di qualcosa si ride… dal punto di vista professionale questa è solo la punta dell’iceberg.
      Ed è sempre il solito discorso: “la creatività prima di tutto”. Balle, gigantesche balle. Il miglior lavoro creativo stampato male per ignoranza tecnica diventa un disastro, non ci si scappa.

      Grazie!
      MO

  3. Sembra un argomento scontato e invece purtroppo non lo è. Non mi sorprende che qualche “esperto” su YouTube possa pensare di insegnare qualcosa facendo a meno di queste conoscenze, mi irrita profondamente ma c’è da aspettarselo nell’epoca dei social. Quello che oggi trovo ancora sconcertante è il numero degli addetti ai lavori che pensano di poterne fare a meno. Studi grafici, tipografie, persino fotografi professionisti che continuano a misurare la qualità con i MB. Siamo proprio in un mondo pazzo e ci si può sentire soli in un mondo così. Grazie Marco per alleviare la solitudine di chi almeno una volta nella vita ha misurato il monitor.

    1. Ma che bella considerazione. A dirla tutta, il mio post – e la chiara verve polemica che mi sono permesso di esternare – è nato da due eventi indipendenti. Il primo, l’ennesimo post zeppo di errori trovato su un sito rilanciato da un social: fuorviante, impreciso, sostanzialmente dannoso. Mi sono permesso di farlo osservare, ma senza ottenere risultati; scatenando anzi reazioni da parti opposte (non da chi aveva scritto l’articolo) che definire ignoranti sarebbe cortese. La soluzione che ho proposto, in un’escalation verbale, è stata di permettermi di editare il post per togliere almeno le cose più devianti – e così è stato. Almeno ora è corretto nella sostanza, anche se rimane poco leggibile. Il secondo, l’attacco ricevuto da uno dei grafici a cui mi riferisco nell’ “appello” di questo post. In sostanza traducibile con: “sei vecchio, non serve leggere nulla per essere creativi”. Oggi è facile, basta un clic per vedere il portfolio delle persone: e quello che ho visto mi ha fatto più pietà che schifo. Tra le varie cose, un tutorial con ingegnosi mezzi su come installare i software Adobe, naturalmente senza licenza. Questo è il pubblico che sentenzia, strepitando. E io non ci sto più. Di loro, onestamente, mi frega poco: ma questi sono i personaggi che i miei studenti, quelli bravi, che si fanno un percorso impeccabile, incontreranno. Questa è la feccia culturale dell’ambiente grafico e fotografico italiano, e lo dico senza paura di attirarmi antipatie – tanto so benissimo di essere già scomodo da un pezzo. “Professionisti” che lavorano senza partita IVA, vendendo i loro scarsi servizi a gente che ignora cosa sia la qualità: e incredibilmente, ci riescono. Vorrei vedere un filo di rinascimento, solo una traccia, ma sono sempre più convinto che non sia possibile. E allora che crolli pure tutto, così almeno si puliranno i canali dai residui e si ripartirà in qualche modo, da zero.

      Grazie, Andrea
      MO

      1. Ho letto con interesse la tua spiegazione chiara, precisa e puntuale. E condivido con te la frustrazione di veder spopolare sedicenti creativi alle prese con impaginati e impianti. Ho avuto la fortuna di iniziare con le pellicole e senza una scuola specifica, ma con tante e tante ore al mac a impaginare, altrettante a contatto con fotolitisti e stampatori come cliente e qualche anno dall’altra parte della barricata in ufficio tecnico, ho toccato con mano tutte queste problematiche e la prosopopea di certi creativi. Ne ho fatto tesoro per me e ho cercato, nel mio piccolo, quando possibile, passarle a mia volta. Il problema sta tutto nell’equivoco che ormai basta un tutorial per saper far qualcosa senza capire quello che c’è dietro, ma soprattutto che quello che si fa è inserito in un processo e che ogni cosi ha delle implicazioni. Desola ancor di più la cecità di chi NON capisce che dalla perizia tecnica dipende SOPRATTUTTO il tuo lavoro. In mezzo spesso ci stanno gli stampatori e i fotolitisti (quelli che sono sopravvissuti) che pur di non contraddire il cliente per non perderlo, mettono a posto invece di rimandare indietro un lavoro. Io le scuole grafiche non le frequento e non le ho frequentate, ma quel che vedo è che ormai è tutto web, ma la carta esiste ancora, la stampa pure e le esigenze sono sempre le stesse.
        Condivido la sua battaglia, Marco. E anche se ormai ho lasciato il modo della stampa, della grafica e dell’editoria per fare altro come attività lavorativa principale, non ho lasciato il mio impegno nel fare cultura grafica collaborando con alcune testate di settore. Ma anche lì è sempre difficile proporre argomenti che facciano chiarezza, che insegnino e chiariscano perchè si toccano corde che spesso infastidiscono anche chi con questi problemi lotta quotidianamente.
        Purtroppo ormai la “vulgata” è <>. Ahimè non è così.
        Vada avanti!

        1. Lorenzo,
          pochi altri commenti in questo blog mi hanno fatto piacere quanto il tuo: non perché mi dai ragione, ma perché è evidente che condividi il mio sentire sul disastro informativo che regna in questo ambiente. Ormai anche denunciare che il livello di competenza di molti operatori (non tutti, naturalmente, ma pur sempre “molti”) è abissale attira antipatie, titoli ironici che contengono la parola “accademico” e simili. D’altronde viviamo in una società in cui un blogger qualsiasi viene percepito come più esperto di un immunologo su temi specialistici, e rischia di avere anche più visibilità: dunque, che ci aspettiamo?
          Io continuo la mia battaglia, come scrivi, soprattutto a scuola: su altre categorie non credo però che esistano armi particolarmente efficaci, perché si tende a dare troppo per scontato. L’espressione inglese “often wrong, never in doubt” è quanto mai adatta in questo contesto.

          Grazie ancora per la stima e buon lavoro, a presto!
          MO

  4. Il tuo soggiorno misura 23 mq.!
    Ho vinto qualche cosa?

    Articolo Definitivo, Paradigmatico, Illuminante.
    Complimenti Marco.

    Giovanni

  5. Una spiegazione definitiva, chiara, comprensibile, esaustiva.
    Da Suo “allievo” (tutti i video di Teacher in a Box, Know-How-Transfer, Photoshop LAB Color, tutorial vari, ecc..) da tempo mi rifiuto di dare in merito chiarimenti.
    Non parlo più con chi conoscendo tre angoli di un quadrato non sa, non vuole, o non è in grado di dedurne il quarto.
    Un ringraziamento e tanti Auguri.
    Sergio Monti
    P.S.: ma forse non conoscono neppure i primi tre angoli.

  6. Straordinaria provocazione intellettuale… leggerla è entusiasmante e l’entusiasmo non potrà mai essere abbattuto. Ha tutta la mia ammirazione.

  7. L’unica cosa che mi sento di d… scrivere è che ho voluto condividere l’articolo con la speranza che qualcheduno dei miei amici fotografi (alcuni dei quali che con la fotografia ci campano e – ahimè – ignoranti all’inverosimile) abbiano la volontà di non solo leggerselo, ma di studiarselo. In modo da soffocarsi in gola una volta per tutte le castronerie abituati a vomitare riguardo l’argomento.

    1. Noto una certa violenza verbale, comprensibile :-).
      È un argomento frustrante. L’ignoranza che dici esiste, ma dipende solo dal fatto che oggi tutti insegnano “le cose digggitali” senza averne cognizione alcuna.
      Le scelte sono essenzialmente due: approfondire e capire, e allora si apre un mondo; oppure applicare le regole in maniera meccanica, e pure quello ci può stare.
      Ma almeno che siano giuste, no?

      Grazie, a presto!
      MO

    1. Mi spiace… più semplice di così non riesco a essere. Questo se devo spiegare le cose, naturalmente. La regola sulla risoluzione è invece semplicissima.
      1) Per il web: fre-ga-te-ve-ne. È completamente indifferente cosa usate.
      2) Per la stampa: 300 PPI come media di partenza, ma usate la testa e gli occhi. Stampate una prova. Valutate tutto e decidete.
      3) DPI: del tutto sconnessi dai PPI, e mai associabili a un file.
      Tutto qui…

      A presto,
      MO

  8. Mi chiamo Danny,
    Sono un pro, almeno così mi definisco/no
    Specializzato in foto di interni ed esterni e appassionato nel privato fotografico di paesaggio e reportage.

    Grazie Marco per l’articolo, questo e tutti gli altri.
    Molto illuminanti e che hanno chiarito molte cose che non sapevo o, meglio che sapevo ma in modo sicuramente errato o approsimativo.
    P.S:
    Siccome sono vecchio del mestiere (e di età) e mi piace leggere gli articoli lunghi e complessi come questo sulla carta, faccio un copia ed incolla nel iMac e poi li stampo con la mia laser e, mentre la moglie assorbe tutto quello che la TV le propone dalle 21 in poi, io sul divano me li leggo in santa pace. L’operazione della creazione del file di stampa è un po laboriosa …non’è che puoi rendeci omaggio anche della possibilità di scaricare un bel PDF? …così per tutti quelli che amano leggere su carta e non sul monitor. Io purtroppo non ci riesco, il monitor del iMac, dell’iPad o peggio del telefono mi distrae, più delle stupidagini televisive che passano quotidianamente.
    Grazie comunque di esistere

    1. Danny, grazie del suggerimento: a dire il vero questa opportunità esisteva e poi era stata disattivata, credo in occasione i un aggiornamento del tema. L’ho riattivata poco fa, e ora in testa a ciascun articolo si trovano due icone: una per la stampa, una per la realizzazione di un pdf che a quanto pare esce con una formattazione accettabile.
      Certo che stampare i miei articoli… così… con quale risoluzione? quanti dippiai? e quale viscosità del toner a temperatura ambiente? la temperatura di colore dell’illuminante? vince l’illuminante o l’illuminato? se questi si guarda di profilo che colore vede? 🙂
      Ironizzo volentieri perché altrimenti finiamo per prenderci troppo sul serio. Grazie davvero della stima, anche se più che esistere, ultimamente è resistere…

      Un caro saluto, a presto!
      MO

  9. Però mi chiedo perchè i stampatori quando gli devo passare una foto per la stampa mi chiedono che sia a 240 DPI?!!?!

    1. Alex,
      dicono “DPI” intendendo “PPI”, e vabbè, ormai siamo vaccinati.
      240: per formati non troppo grandi, è un valore sensato. Tra 200 e 300 PPI si vede poca differenza, all’interno di un range di formati “ragionevoli”. Poi subentra tutto il discorso della distanza di osservazione. In sintesi:
      1. bisognerebbe fare un conto ogni volta, e non vale la pena;
      2. quindi si dà un valore che è buono come molti altri;
      3. nel caso di formati grandi bisogna valutare il contesto in cui la stampa sarà vista.

      Di certo: DPI è sbagliato, punto, fine :-).

      Un saluto!
      MO

      1. Grazie Marco per la tua risposta, ma in tal senso se io gli passassi un immagine a 1 ppi e poi lo stampatore impostasse 240ppi… non sarebbe lo stesso?

        1. Il valore scritto nell’immagine è un metadato: mette solo in relazione il numero di pixel con una risoluzione fisica teorica d’uscita. Esempio: se nell’immagine c’è scritto 240 PPI e il lato lungo è di 2400 px, significa che su un dispositivo a 240 PPI quel lato misurerà 2400/240 pollici, ovvero 10″, ovvero 25,4 cm. Non serve ad altro.
          Il dato viene interpretato soltanto quando devi mettere in relazione i pixel con una lunghezza: ad esempio, quando importi l’immagine in InDesign, la dimensione in centimetri che appare sulla pagina dipende da quel valore (più o meno… InDesign fa una cosa parecchio strana in certi casi, ma fingiamo di no). Se tu ridimensioni l’immagine, la risoluzione effettiva cambia: tutto qui. I due valori vengono chiamati “risoluzione originale” e “risoluzione risultante”. In sintesi, è il software che viene utilizzato che decide cosa fare di quel parametro. In alcuni casi (browser, ad esempio) viene del tutto ignorato. E non ha alcun effetto finale sulla qualità dell’immagine: una stampa a 240 PPI reali è identica, indipendentemente dal fatto che il metadato “risoluzione originale” sia a 1 PPI o 3.000 PPI.

  10. Tutto questo pippone per dire che a parità di risoluzione non è la stessa cosa se guardi una foto sul telefono o sul maxischermo dello stadio? (E non mi soffermo sulla distanza da cui guardi il maxischermo ).
    Davvero c’è chi non capisce questa cosa?

    1. Esatto. Non solo: nella maggior parte dei casi questo concetto è del tutto ignoto, e non mi riferisco a una minoranza di persone. Per fare un esempio, quasi nessuno studente che esca da una scuola secondaria di grafica ha chiaro questo concetto – lo so per esperienza diretta. Né conosce la differenza tra PPI e DPI. Ahimè.

      Un saluto,
      MO

  11. Sign. Marco Olivotto,

    Grazie per il suo articolo.
    Comunque curioso il fatto che in dimensioni immagine di Photoshop la risoluzione pixel/inch quando la si imposta e poi si cambiano i due valori H e W (imposti in pixel) quella rimane fissa, quale è il meccanismo?
    Una domanda ancora quanti DPI ci vogliono per fare un pixel? 🙂

    1. Domenico,
      per modificare le dimensioni dell’immagine si utilizza il comando “Dimensione immagine” con il ricampionamento attivato. In caso contrario non è possibile selezionare l’unità di misura “Pixel” dal menu di larghezza e altezza. I nuovi pixel vengono calcolati per interpolazione, secondo l’algoritmo che viene selezionato. In questo caso la risoluzione in PPI rimane fissa: è sempre e comunque solo un metadato, un parametro.
      Se invece modifichiamo la risoluzione con il ricampionamento attivato, Photoshop interpreta la nostra richiesta come un ridimensionamento, e il nuovo numero di pixel viene ricalcolato in base ai parametri che avremo inserito. Se il ricampionamento non è attivo, invece, viene semplicemente cambiato il metadato, ma le dimensioni in pixel dell’immagine rimangono invariate.

      Quanti DPI ci vogliono per fare un pixel? Non lo so, ma per disfarlo ne servono tre, di solito: due lo tengono fermo, il terzo lo picchia. 😀

      Un caro saluto!
      MO

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