Roadmap #24 – Castellanza

Di solito scrivo le Roadmap immediatamente dopo gli eventi, possibilmente la sera o la notte stessa. Questa volta sono in ritardo di circa ventiquattr’ore, ma c’è un motivo: ho voluto prendermi il tempo di sfogliare attentamente un libro prima di scrivere queste righe. Vi spiego perché.

Mercoledì scorso è passato a trovarmi a Grafitalia Fabio Preda, dell’Archivio Fotografico Italiano. Visto che il workshop “Il bianco e nero nella fotografia digitale” era stato confermato abbiamo preso gli ultimi accordi. Lo stesso giorno ho ricevuto una mail molto gradita da parte di Stefano Ciol, che non solo ho avuto il piacere di avere in classe al CCC di Bologna nel 2012, ma è anche un fotografo che apprezzo tantissimo. Ci eravamo mancati di molto poco lo scorso anno a Busto Arsizio, dove aveva esposto proprio per l’AFI alcuni spettacolari scatti, assieme ad altri di suo padre Elio. In aggiunta, nonostante le mie frequenti incursioni nella sua regione, il Friuli, non sono mai riuscito ad andare a trovarlo per un motivo o per l’altro. Così, Stefano mi avvisava che sarebbe con ogni probabilità venuto a Castellanza per il workshop.

Onestamente, a parte il piacere di rivederlo, questa cosa mi ha fatto sorridere: se c’è qualcuno che conosce bene il bianco e nero, in tutte le sue forme, quello è Stefano Ciol. Il workshop era ispirato, anche se lontanamente, al sistema zonale di Ansel Adams, che non ho discusso in dettaglio ma dal quale ho tratto il principio che il bianco e nero altro non è che una rappresentazione pilotata della luminosità di una scena. Il grande contributo di Adams alla fotografia, oltre a quello della pura tecnica zonale, è stato quello di intuire che la scena andava vista, da parte del fotografo, nella sua testa prima ancora che nel mirino. Andava in qualche modo proiettata idealmente in una rappresentazione: e solo a quel punto era necessario procedere in modo da ottenere la riproduzione migliore possibile di tale proiezione su carta.

Ferme restando le diverse sensibilità artistiche, a mio parere un buon bianco e nero è quello che riesce a darci la sensazione del colore senza farci vedere il colore. Intendo dire che i colori si dovrebbero tradurre in luminosità in maniera coerente, rispettando certi equilibri e tenendo conto di fenomeni percettivi per nulla banali come l’effetto Helmholtz-Kohlrausch, che alcune tecniche tendono a ignorare completamente.

Il workshop era domenica, ma sabato io e Stefano abbiamo scoperto di alloggiare nello stesso hotel. Dopo avere smantellato lo stand alla fiera mi sono recato a Castellanza e siamo usciti a cena insieme.

La mattina dopo, in attesa di recarci nella bellissima cornice di Villa Pomini che ci avrebbe ospitati, ho ricevuto un graditissimo dono: il libro “ombre di luce” che Stefano ha pubblicato nel 2011 per Punto Marte Editore. Di norma le Roadmap non contengono né immagini, né tag, né link: ma in questa devo fare una doverosa eccezione, e riporto il link alla pagina web dedicata al libro, che trovate qui.

Deliberatamente, non l’ho aperto venti minuti prima di iniziare; ho voluto aspettare di poterlo guardare e sfogliare a casa, in silenzio e con calma. E lo vedo, ora, come una specie di manifestazione forse accidentale di una coincidenza difficile da prevedere.

Avere Stefano Ciol in classe assieme a dei fotoamatori, peraltro assai evoluti, è un privilegio – per me e per loro; in un paio di occasioni l’ho coinvolto nella discussione, per autorità e per rispetto di una storia e un portfolio che non si costruiscono con poco. Una delle domande che gli ho fatto riguardava un suo parere su ciò che affermavo prima: il fatto che il vero colpo d’ala di Adams fu quello di codificare, probabilmente per primo, una visione in una tecnica. Stefano concordava.

Ebbene, aprendo il libro ho avuto due sorprese. La prima è nel testo di Fabio Amodeo: “Ottant’anni fa, Ansel Adams ha teorizzato la possibilità da parte del fotografo di previsualizzare e controllare le differenti sfumature di grigio nel paesaggio. (…) Da questo punto di vista, Ansel Adams ci ha indicato un processo tecnico che diventa anche percorso estetico.” La seconda è la citazione del nome di John Paul Caponigro, che è una delle personalità che ammiro di più nel mondo dell’immagine digitale. Posso confessare che era mia intenzione, lo scorso anno, andare negli USA a seguire un suo corso; e solo per motivi contingenti non l’ho fatto, ma mi riprometto di farlo presto.

Ultimamente ho riflettuto a lungo sul sistema zonale, chiedendomi anche se e come sia possibile codificarlo in un contesto digitale includendo anche il colore oltre che la luminosità. Temo che la cosa sia parecchio complessa, anche se credo che Lee Varis stia facendo dei passi nella direzione giusta, e chissà quanti altri. E dal momento che le rivelazioni arrivano spesso da idee semplici, anche se non banali, ho ricevuto una grande ispirazione ieri notte proprio sfogliando il volume di Stefano: perché il suo da un lato è lo spirito di Ansel Adams (attenzione, non un’imitazione, ma una vera e propria rielaborazione delle idee del Maestro), dall’altro si spinge molto più in là.

Forse Stefano riderebbe se glielo dicessi (anzi, glielo sto dicendo, in realtà), ma ho l’impressione che l’intero volume altro non sia che un gigantesco gradiente che in qualche modo passa dal nero al bianco attraverso le immagini: il nero incredibile che domina le prime, il bianco assolutamente diafano che si incarna nelle ultime. Paesaggi, senza quasi alcun segno di antropizzazione, totalmente trasfigurati da interpretazioni spesso estreme. Gamme tonali espanse al massimo, senza paura di arrivare, talvolta, al limite di chiusura delle ombre quando questo è funzionale al risultato, quasi come se ci fosse il fantasma di Cartier-Bresson che fa capolino ogni tanto; ma soprattutto gamme tonali che suggeriscono, piuttosto che rappresentare fedelmente. Ecco apparire dunque cieli neri, vegetazione chiarissima, minerali che più contrastati non si può. Ma anche, come nell’incredibile scatto aereo di Sesto al Reghena, nuvole di spettacolare sostanza e morbidezza tonale riflesse in uno specchio d’acqua che sembra messo lì per caso.

Lo so, oggi il libro fotografico non è esattamente un oggetto di moda. E, ammetto, ne ho visti alcuni che non mi hanno convinto del tutto – come contenuti o come stampa. Ma questo è diverso. Questo vale davvero molto. Fateci un pensiero, se vi va.

Scherzavo, con Stefano che mi chiedeva di dare un’occhiata a certe sue immagini, che la prossima volta che andrò in Friuli passerò da lui in cambio di un piatto di frico come lo sanno fare da quelle parti. Ora rincaro la dose, alzo la richiesta: il frico, certo, ma voglio anche vedere le stampe originali di “ombre di luce”. Per bello che sia il libro so che è una pallida imitazione di quello che può essere una stampa fatta come la sa fare lui.

In certe immagini sembra che Stefano lavori soprattutto sul cielo e sulle nuvole. Il suo Friuli è famoso per i cieli, e là ho visto alcuni tramonti, in particolare, che difficilmente si vedono in altre zone. Forse la Toscana può competere, ma è una bella lotta.

Neanche a farlo apposta, la via del ritorno a casa da Castellanza è stata tutta costellata da nuvole come raramente ne avevo viste. Avevano previsto pioggia, e da qualche parte ha piovuto certamente perché era palese il tormento del bianco, da Bergamo in su. Ma in realtà c’era il sole, una luce spettacolare che raramente ho visto durare così tanto tempo.

Mentre il giorno andava lentamente a finire, la luce diventava gialla, e le nuvole con lei. L’ultima nuvola mi ha accompagnato di ritorno in Trentino, dopo nove giorni di assenza, e non era bianca, nera o grigia come le nubi del libro, ma rosso fuoco. Passato il confine con il Veneto mi ha salutato, e tutto si è chiuso sopra di me mentre i paesi della bassa Valle dell’Adige si accendevano di luci artificiali. Non avevo neppure con me la mia fidata reflex. Mi sarei mangiato le mani, credetemi; ma anche no, perché so che mai e poi mai avrei potuto rappresentare fedelmente quello che vedevo. Trasfigurarlo, sì, rappresentarlo no. E così l’ultima nuvola si è accontentata del mio iPhone, che ha comunque ritratto, povero lui, un tripudio di contrasto simultaneo tra il rosso-arancione e il blu del cielo che va a cercare la notte. Meglio che niente. E in fondo, la fotografia è memoria.

E il workshop? Personalmente mi è piaciuto; mi è sembrato avere un senso. Soprattutto, ha sorpreso il metodo (non molto noto) di Gorman-Holbert, su cui sto lavorando da un po’, che per generare un’immagine in bianco e nero (ma anche virata, e con grandissimo controllo) passa in maniera assai intelligente da Lab, sfruttando alcune caratteristiche di Photoshop che non tutti conoscono anche se sono in realtà assai semplici. Spero che sia piaciuto anche ai partecipanti, e comunque ho intenzione di ripeterlo e ringrazio l’AFI di avermi incoraggiato a farlo. Quando e dove lo ripeterò, non lo so. Ma di certo avrò fatto qualche altro passo in avanti verso un orizzonte del quale, francamente, non so più dire il colore con certezza dopo avere guardato a fondo “ombre di luce”.

Un saluto a tutti, alla prossima.

4 pensieri su “Roadmap #24 – Castellanza”

  1. Caro Marco,
    grazie dei i tuoi apprezzamenti per il mio lavoro espressivo in BN.
    La tua analisi sul “gradiente” é proprio azzeccata, il volume l’ho pensato e costruito in questo modo, tenendo conto che non avesse solo un senso temporale (delle immagini) ma che fosse anche un “racconto per immagini” in BN.
    La stampa del volume, come hai notato, é buona e sarò felice di mostrarti gli originali, da me stampati, in modo che i tuoi occhi attenti e istruiti possano goder ancor di più di quei lievi (ma indispensabili) passaggi tonali nelle basse e alte luci che purtroppo si perdono in bicromia.
    Sono stato contento di aver potuto inserire nel mio tuor lombardo tra il MIA FAIR a Milano e il ritiro delle 2 mostre esposte al 3° Festival Fotografico Italiano a Busto Arsizio il tuo corso sul BN.
    Quando l’ho saputo dagli amici dell’AFI, mi é subito sorto il desiderio di parteciparvi soprattutto per il tuo modo di istruire. Di fatti il corso da subito mi ha stimolato e suggerito delle modifiche da apportare e sperimentare nel mio flusso di lavoro.
    Sai, molti “insegnati” preferiscono dare la “pappa pronta” e tutti poi si ritrovano a fare le cose quasi uguali, invece di spiegarti, darti gli strumenti, ma soprattutto offrirti un “punto di vista” diverso, in modo che gli allievi possano poi rielaborare, mescolare, intrecciare, sperimentare e costruire il loro proprio flusso di lavoro.
    Grazie, io e il frico ti aspettiamo. 😉
    Un caro saluto e buon lavoro/studio.
    Stefano

    1. Grazie Stefano,
      ti rispondo da… pochissimi chilometri da casa tua. Per una serie di vicissitudini temo che non riuscirò a vedere la tua mostra a Villa Manin, della quale abbiamo parlato, ma non dispero di farcela domani. Ti ringrazio delle tue gentili parole e spero che ci sentiremo o vedremo presto.
      Buon proseguimento!

  2. Seguire questo blog è sempre una “fortuna” per chiunque sia interessato in qualche maniera alla fotografia ed allo scambio di un qualcosa che vada al di là della mera tecnica -perché la tecnica è nulla senza il cervello, parafrasando una celebre ed ormai vecchia pubblicità della Pirelli-, poiché ti permette di prendere spunti o riflessioni che rimarrebbero altrimenti solo accennate nella mente. Mi inserisco nel vostro dialogo in punta di piedi, solo per ribadire che Ansel Adams aveva trovato la chiave per riprodurre in bianco e nero ciò che gli si proponeva a colori davanti a se, ciò che il suo cervello elaborava dai dati di visione, olfatto, tatto e udito (il gusto lasciamolo fuori). Credo sia anche questo il motivo per cui si rimane sempre come esterrefatti davanti ad immagini di quel tipo, eccezionali anche nelle immagini di Stefano Ciol che sono andato subito a vedere.
    Inoltre, da nativo toscano e da un buon lustro pendolare-per-amore nelle terre friulane, posso affermare senza ombra di dubbio che la luce del Friuli ha, nei tramonti, dei colori e dei contrasti che in Toscana…non ci sono, punto e basta. Il giorno a cui ti riferisci, Marco, penso di ricordarlo anch’io, era un giorno spettacolare, una settimana fa circa, dove la luce era circondata da un effetto sfocato dato da una probabile lieve foschia in lontananza. Ero in Friuli ma in quel momento senza fotocamera per le mani. La stessa luce quel giorno c’era nahce in Toscana però, come testimoniato da alcune foto che un mio amico ha fatto a Campi Bisenzio. Diciamo che comunque per i tramonti di solito Friuli batte Toscana 3-1.
    Sto cercando, nella mia evoluzione di fotoamatore, di riprodurre tutti i colori che un tramonto tira fuori e mi sto quindi confrontando con la tecnica che il fotografo Matt Molloy ha scoperto/inventato usando le molteplici immagini di quello che originariamente sarebbe stato un timelapse fuse come livelli in schiarisci (di solito) in PS. Io credo che se ben sfruttata questa tecnica possa tirar fuori le stesse emozioni che suscitano, in maniera diversa, le immagini di Adams e Ciol.

    1. Claudio, sempre molto a fuoco i tuoi commenti… grazie. Non concordo sul 3-1: lo ridurrei a 3-2 :-). È vero che la luce dei tramonti a Nord-Est è fenomenale, ma la Toscana non scherza, a sua volta. Dipende anche da quale area vediamo: in Friuli c’è di tutto, compresa la pianura, in Toscana ben poco è pianeggiante e ovviamente la presenza delle colline e delle montagne influenza molto ciò che succede. Personalmente ritengo la zona compresa tra Firenze e Siena una delle più spettacolari d’Italia dal punto di vista paesaggistico, ma è ovviamente tutto legato a sensazioni anche emotive personali.
      Resta il fatto che le foto di Stefano abbiano un colore tutto loro anche dove non c’è colore, nel senso che suggeriscono moltissimo – con la loro neutralità. È proprio per quello che vedo un’impronta simile a quella del grande Adams.
      Grazie ancora e a presto!

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